martedì 30 settembre 2008

REATI CONTRO LA PERSONA – MINACCIA – INSEGNANTE - INGIUSTA PROSPETTAZIONE DI "BOCCIATURA" - FATTISPECIE

La Corte, relativamente ad una complessa vicenda che vedeva imputato un professore di un liceo per una serie di episodi di abuso di ufficio ed altri reati, ha stabilito, tra l’altro, che costituisce minaccia grave la indebita prospettazione della bocciatura rivolta ad un’alunna a seguito di un’assemblea di genitori nel corso della quale la madre di quest’ultima aveva proposto la rimozione del professore.

Testo Completo:
Sentenza n. 36700 del 26 giugno 2008 - depositata il 24 settembre 2008(Sezione Sesta Penale, Presidente B. Oliva, Relatore G. Fidelbo)

lunedì 29 settembre 2008

CONTRATTI - FORO DEL CONSUMATORE - DEROGABILITÀ - TRATTATIVA - ONERE DELLA PROVA

In tema di cd. contratti del consumatore, la Corte di Cassazione, in sede di regolamento di competenza, nell'individuare il giudice competente, ha affermato che il foro del consumatore é esclusivo e speciale sicché la clausola che stabilisca come sede del foro competente una località diversa da quella di residenza o di domicilio elettivo del consumatore, anche se il foro indicato come competente coincida con uno dei fori legali di cui agli artt. 18 e 20 cod. civ., é presuntivamente vessatoria e, pertanto, nulla. Inoltre, secondo la Suprema Corte, la disciplina di tutela del c.d. Codice del consumo (come quella di cui ai previgenti artt. 1469 bis e seguenti cod. civ.) può essere validamente derogata dalle parti soltanto con clausola oggetto di idonea trattativa - caratterizzata dai requisiti della individualità, serietà ed effettività -, precisando che incombe sul professionista il relativo onere probatorio. In particolare, poi, la Cassazione ha ritenuto che l'aggiunta a penna della clausola derogatoria del foro del consumatore, nell'ambito di un testo contrattuale dattiloscritto, o la mera approvazione per iscritto di una tale clausola sono inidonee ai fini della prova positiva della trattativa e che, inoltre, neppure il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto e la sottoscrizione indiscriminata di esse apposta sotto la relativa elencazione in base al numero d'ordine è idonea a determinare, ai sensi dell'art. 1341, secondo comma, cod. civ., l'efficacia della clausola vessatoria in parola, essendo a tal fine necessario che la stessa risulti chiaramente e autonomamente evidenziata dal predisponente e specificamente e autonomamente sottoscritta dall'aderente.

Testo Completo:
Ordinanza n. 24262 del 26 settembre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente P. Vittoria, Relatore L. A. Scarano
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sabato 27 settembre 2008

LEGGI PENALI SPECIALI – ALTRE - INOSSERVANZA OBBLIGO DI ISTRUZIONE – SCUOLA SECONDARIA – ILLECITO PENALE

La Corte precisa che integra illecito penale l’inosservanza non solamente dell’obbligo dell’istruzione elementare ma anche dell’obbligo relativo all’istruzione sino al conseguimento della licenza di scuola secondaria di primo grado ovvero sino al quindicesimo anno di età; seppure infatti l’art.731 cod. pen. si limiti a contemplare direttamente la sola inosservanza dell’obbligo di istruzione elementare, la sanzione relativa all’obbligo di istruzione secondaria deriva dal combinato disposto degli artt.731 e dell’art.8 delLa legge n. 1859 del 1962, rimandando la seconda norma, istitutiva del relativo obbligo di frequenza, alla prima per quanto concernente le sanzioni applicabili.

Testo Completo:
Sentenza n. 35396 del 21 maggio 2008 - depositata il 16 settembre 2008 (Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore P. Onorato)

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giovedì 25 settembre 2008

TERMINI PROCESSUALI - RESTITUZIONE NEL TERMINE - SENTENZA CONTUMACIALE - IMPUGNAZIONE DEL DIFENSORE D'UFFICIO DI IMPUTATO CONTUMACE - PRECLUSIONI

La Corte, alla luce dell’interpretazione fornita di recente dalle SSUU sulla portata normativa dell’art. 175, comma 2 c.p.p., ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione a tale norma, nella parte in cui preclude all’imputato la restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale quando l'impugnazione sia stata proposta dal difensore di ufficio e nella parte in cui non consente all’imputato restituito nel termine l’esercizio del diritto alla prova.

Testo Completo:
Sentenza n. 35555 del 2 luglio 2008 - depositata il 17 settembre 2008(Sezione Prima Penale, Presidente S. Giovanni, Relatore M. C. Siotto)

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IMPUGNAZIONI - IMPUGNANTE CHE NON CONOSCA LA LINGUA ITALIANA - ATTO REDATTO IN LINGUA STRANIERA - INAMMISSIBILITA'

La Sez. Un. hanno affermato l’inammissibilità dell’impugnazione redatta in lingua straniera, interamente o in uno dei suoi indefettibili elementi costitutivi indicati dall’art. 581 c.p.p., presentata da soggetto legittimato che non conosca la lingua italiana; infatti, l’impugnante, esercitando una facoltà personale e discrezionale, può valersi, in caso di indigenza, dell’assistenza di un proprio interprete di fiducia a spese dello Stato (vd. Corte cost., sent. n. 254 del 2007). La Sez. Un., inoltre, hanno ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 109 e 143 c.p.p. in relazione agli artt. 3, 24 e 111 Cost., poiché le norme denunciate non limitano i diritti dei soggetti che non conoscono la lingua italiana alla difesa, all’impugnazione e alla parità delle parti e le disparità prospettate investono situazioni di mero fatto per le quali, se del caso, possono essere attivati appositi rimedi (patrocinio pubblico, restituzione in termini).

Testo Completo: Sentenza n. 36541 del 26 giugno 2008 - depositata il 24 settembre 2008

(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore P. Bardovagni)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza deliberata l’undici ottobre 2007, depositata il giorno successivo e notificata con traduzione in lingua russa il 7.12.2007, la Corte d’Appello di Roma, sull’opposizione dell’interessato, all’esito della trattazione camerale ex art. 704 C.P.P. ha dichiarato sussistenti le condizioni per l’accoglimento della richiesta di estradizione formulata dal Governo della Federazione Russa nei confronti di AKIMENKO Oleg, cittadino di quello Stato, colpito da mandato di cattura emesso dal Tribunale di Kaliningrad e tratto in Italia in arresto provvisorio – convalidato nei termini, con applicazione della custodia cautelare - il 22.2.2007. L’imputazione è di truffa (appropriazione indebita mediante inganno e abuso di fiducia, con gravissimo danno), reato previsto dall’art. 159 del Codice penale russo e sanzionato – nell’ipotesi aggravata contestata - con la reclusione fino ad un massimo di 10 anni in aggiunta alla pena ordinaria della multa, perché, dopo avere, in qualità di direttore generale della s.r.l. MASLOPRODUCT di Kaliningrad, firmato l’otto ottobre 2003 un contratto di apertura di credito con la banca “Moskovski Munitsipalny Bank” di Kaliningrad facendo uso di false certificazioni sulle disponibilità della ditta, avrebbe sottratto la relativa, ingente somma dal conto bancario.

La Corte territoriale ha ritenuto sussistenti le condizioni per l’accoglimento della richiesta in forza della Convenzione europea di Parigi del 13.12.1957, resa esecutiva con L. 30.1.1963 n. 300, sia per l’aspetto formale (regolarità della documentazione prodotta) sia perché i fatti addebitati integravano reati comuni dolosi sanzionati con la restrizione oltre l’anno secondo le leggi penali di entrambi gli Stati, non vi era duplicazione di giudizio, non ricorrevano ipotesi di esclusione nè emergevano elementi per ritenere che l’incolpato fosse oggetto di persecuzione per ragioni di razza, religione, nazionalità od opinioni politiche. L’esistenza della Convenzione escludeva ulteriori accertamenti in punto di gravità indiziaria (art. 705, co. 1, C.P.P.).

Il 12.12.2007 AKIMENKO dichiarava, nelle forme di cui all’art. 123 C.P.P., di proporre ricorso per cassazione presentando contestualmente conclusioni e motivi manoscritti, costituiti da un foglio in lingua italiana, con il quale chiede che venga riconosciuta l’insussistenza delle condizioni per l’accoglimento della domanda di estradizione, e da un testo in lingua russa, cui rinvia per l’esposizione delle ragioni poste a fondamento della richiesta.

Con motivi aggiunti a firma dell’Avv. Pietro Asta, pervenuti il 28.3.2008, si chiedeva preliminarmente il differimento dell’udienza camerale fissata dinanzi alla VI Sezione di questa Corte onde produrre documentazione comprovante circostanze dedotte nello scritto in lingua straniera e consentire l’audizione personale del ricorrente, il quale non aveva ricevuto avviso dell’udienza dinanzi alla Corte d’Appello nella sua madrelingua e, pur avendo richiesto di presenziare, immediatamente prima della data fissata era stato trasferito nelle carceri di Iglesias e non tradotto. Venivano allegati - oltre ad una versione italiana a cura di parte dei motivi presentati in russo, di cui si sollecitava la formale traduzione ai sensi dell’art. 143 C.P.P. - vari documenti (in parte da tradurre), a sostegno dell’assunto di un’attività persecutoria delle autorità dello Stato d’origine, ostativa all’estradizione ex art. 698 C.P.P. perchè dovuta alle convinzioni politiche del soggetto ed al notevole contributo finanziario erogato alla stampa di opposizione. Ulteriori doglianze investono la genericità dell’imputazione, l’insussistenza di indizi di colpevolezza (posto fra l’altro che AKIMENKO era l’unico socio della MASLOPRODUKT), la mancata assunzione delle necessarie informazioni ex art. 704, co. 2, C.P.P. e l’inosservanza della detta disposizione nella parte in cui prescrive che venga “sentito il difensore” onde, non essendo comparsi i due fiduciari, se ne sarebbe dovuto nominare a tal fine uno d’ufficio.

Con ordinanza 31.3/10.4.2008 la VI Sezione ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite, osservando che AKIMENKO non è in grado di parlare e comprendere l’italiano; la dichiarazione di ricorso con rinvio ai motivi redatti nella lingua madre va perciò intesa come implicita richiesta di traduzione. Non si ritiene che il ricorrente fosse obbligato a valersi di un interprete di parte, perché la ricerca dell’ausiliario e la versione italiana richiedono necessariamente un certo tempo – tanto più in stato di detenzione – mentre l’interessato ha diritto a fruire dell’intero termine concesso dalla legge per proporre impugnazione. Inoltre, l’esercizio di un potere di impulso processuale impone che il contenuto dell’atto sia asseverato da persona prescelta ed investita con le cautele e gli obblighi di cui all’art. 146 C.P.P.. La conclusione che l’autorità giudiziaria sia tenuta a procedere “ex officio” alla traduzione - come del resto per ogni scritto proveniente dall’imputato e acquisito agli atti, se redatto in lingua straniera - è peraltro in contrasto con il principio in precedenza affermato dalla stessa VI Sezione, secondo il quale l’assistenza gratuita di un interprete sarebbe garantita dall’art. 143 C.P.P. all’imputato che non conosce la lingua italiana soltanto per gli atti cui egli sia chiamato a partecipare e per quelli attraverso i quali viene messo in grado di comprendere l’accusa formulata contro di lui, e non invece per quelli che decida di redigere nel proprio interesse, come l’impugnazione, per i quali deve provvedere alla traduzione a sua cura. Di qui la necessità dell’intervento delle Sezioni Unite per prevenire il contrasto di giurisprudenza.

Il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza camerale.

Con memoria depositata il 19.6.2008 l’Avv. Asta rappresenta che l’interpretazione dell’art. 143 C.P.P. prospettata dall’ordinanza di rimessione è l’unica che assicuri all’alloglotta l’effettività del diritto di impugnazione, e quindi la sola compatibile con la Costituzione e con gli obblighi internazionali assunti dallo Stato.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La questione controversa rimessa alla cognizione delle Sezioni Unite è dunque la seguente: “se sia ammissibile l’impugnazione redatta in lingua straniera, presentata da persona legittimata a proporla che non conosca la lingua italiana”.

Con specifico riferimento ad un atto di impulso processuale di parte privata il quesito ha trovato solo sporadica attenzione in dottrina e in giurisprudenza. Ai fini della soluzione è opportuna una previa ricognizione della portata e della reciproca interferenza delle fonti normative concernenti in generale l’uso della lingua nel processo e in particolare i mezzi apprestati per tutelare l’alloglotta e rendere comprensibili al giudice atti legittimamente assunti o acquisiti in idioma diverso da quello normativamente previsto.

L’art. 109 C.P.P. – sotto la rubrica “lingua degli atti” – prescrive che “gli atti del procedimento penale sono compiuti in lingua italiana” (co. 1). Fanno seguito disposizioni dirette ad assicurare il bilinguismo in territori “dove è insediata una minoranza linguistica riconosciuta” (co. 2); infine, è stabilito che le prescrizioni dell’articolo “si osservano a pena di nullità” (co. 3). Tale disciplina non è priva di rilevanza costituzionale (Corte Cost. 20.1/11.2.1982 n. 28), rispondendo in definitiva al fondamentale principio che la sovranità appartiene al popolo (art. 1), in nome del quale viene esercitata la giurisdizione (art. 101), attraverso organi precostituiti per legge e, nei casi da questa previsti, con diretta partecipazione popolare (art. 102); ciò presuppone l’uso del mezzo di espressione comune alla collettività nazionale o, nei territori di insediamento, alle sue componenti minoritarie, tanto più in un ordinamento caratterizzato da almeno tendenziale pubblicità dell’attività giurisdizionale.

Il controllo diffuso ed estrinseco da parte dell’opinione pubblica, connaturale all’ordinamento democratico – che postula la celebrazione del processo nella lingua usata dalla collettività del luogo di svolgimento – va peraltro reso compatibile con l’inviolabile diritto alla difesa quando un soggetto processuale non sia in grado di comprendere o parlare l’idioma usato nel giudizio. A tal fine il co. 3 dell’art. 111 della Costituzione – come novellato dalla Legge costituzionale 23.11.1999 n. 2 – stabilisce: “la legge assicura che la persona accusata di un reato… sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo”. La specifica disciplina della materia è contenuta nell’art. 143 C.P.P., secondo il quale “l’imputato che non conosce la lingua italiana ha diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa” (co. 1); seguono al co. 2 disposizioni concernenti la traduzione di atti e la ricezione di dichiarazioni di qualsiasi soggetto processuale alloglotta (“l’autorità procedente nomina un interprete quando occorre tradurre uno scritto in lingua straniera o in un dialetto non facilmente intelligibile ovvero la persona che vuole o deve fare una dichiarazione non conosce la lingua italiana. La dichiarazione può anche essere fatta per iscritto e in tale caso è inserita nel verbale con la traduzione eseguita dall’interprete”). La normativa nazionale si uniforma a quella dell’art. 6, co. 3, della Convenzione europea, secondo la quale “ogni accusato ha diritto soprattutto a: a) essere informato, nel più breve tempo, in una lingua che comprende e in maniera dettagliata, del contenuto dell’accusa elevata contro di lui;… e) farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua usata in udienza” (cfr. anche le sovrapponibili previsioni dell’art. 14 del Patto internazionale ratificato con la L. n. 881/1977); ciò in coerenza con la direttiva contenuta nell’art. 2, I periodo, della legge 16.2.1987 n. 81, di delega per l’emanazione del codice di rito (“il codice di procedura penale deve… adeguarsi alle norme delle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e relative ai diritti della persona e al processo penale”).

Come evidenziato dalla Corte Costituzionale (sentenza 12/19.1.1993 n. 10) tale complesso normativo, in quanto diretta attuazione del diritto inviolabile di ogni persona garantito dall’art. 25, co. 2, della Legge fondamentale, va interpretato nel senso di conferire alle disposizioni che all’esatta comprensione dell’accusa danno esplicita garanzia un significato espansivo diretto a renderle, nei limiti del possibile, concrete ed effettive. Ne segue che l’opera dell’interprete nominato dal giudice – in funzione di assistenza all’imputato, e non soltanto di collaborazione con l’autorità giudiziaria, a differenza di quanto avveniva sotto il codice abrogato (art. 326) – investe non solo gli atti orali cui il soggetto partecipa od assiste, ma anche quelli scritti a lui diretti, in quanto rispondenti alla finalità generale di garantire a chi non intende o non parla la lingua italiana di “comprendere l’accusa” e “seguire il compimento degli atti cui partecipa”. Questa ampia finalizzazione comporta che l’art. 143 C.P.P. sia suscettibile di un’applicazione estesa a tutte le ipotesi in cui l’imputato, ove non potesse giovarsi dell’ausilio dell’interprete, sarebbe pregiudicato nel suo diritto di partecipare effettivamente allo svolgimento del processo penale. D’altra parte, essendo la norma in questione contenuta nel titolo dedicato alla “traduzione degli atti” e non distinguendo il diritto processuale penale, a differenza di quello civile, la figura del traduttore da quella dell’interprete, il diritto all’interprete ben può essere fatto valere e fruito ogni volta che l’imputato abbia, ai fini sopra indicati, necessità della traduzione in lingua conosciuta di atti a lui indirizzati, sia scritti che orali. Fra questi sono compresi l’atto introduttivo del giudizio (cfr. Corte Costituzionale n. 10/1993 citata; Cass., Sez. Un., 31.5/23.6.2000, Jakani), quello che dispone la custodia cautelare (Cass., Sez. Un., 24.9.2003/9.2.2004, Zalagaitis) - una volta accertata l’ignoranza della lingua e con eventuale slittamento della decorrenza del termine per l’impugnazione fino a che non sia conseguita la conoscenza del contenuto del provvedimento - e l’avviso della conclusione delle indagini preliminari (Cass., Sez. Un., 26.9/28.11.2006, Cieslinski e altri). Tali approdi interpretativi appaiono sostanzialmente conformi a quelli raggiunti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale è dovuta la traduzione di tutti quei documenti o atti del procedimento la cui comprensione è necessaria all’imputato per beneficiare di un equo processo (28.11.1978, Luedicke e altri c. Germania), sicchè il diritto all’assistenza dell’interprete non si limita alle dichiarazioni rese nel corso del giudizio, ma neppure esige la traduzione scritta di tutti gli elementi di prova o i documenti ufficiali della procedura, essendo sufficiente che permetta all’imputato di conoscere il caso che lo riguarda e di difendersi, consentendogli in particolare di fornire al giudice la propria versione dei fatti (19.12.1989, Kamasinski c. Austria; 24.2.2005, Husain c. Italia nonché, in grande Camera, 18.10.2006, Hermi c. Italia).

E’ altresì certo che, ai fini del miglior svolgimento dell’attività difensiva (ad es., per acquisire conoscenza integrale degli atti del procedimento, verificare l’esattezza della traduzione ufficiale, stendere difese scritte, interloquire con difensori, consulenti di parte, investigatori), l’imputato può valersi di interpreti di sua scelta, diversi da quello nominato d’ufficio (il quale è bensì tenuto a prestargli assistenza, ma soltanto in ambito endoprocessuale ed in posizione di obbiettiva “neutralità” circa il risultato della traduzione, in conformità all’obbligo di “far conoscere la verità” assunto con il conferimento dell’incarico ai sensi dell’art. 146, co. 2, C.P.P.). Poiché detta facoltà della parte privata rientra nella garanzia costituzionale del diritto alla difesa e al giusto processo, la Corte Costituzionale, con sentenza 20.6/6.7.2007 n. 254, ha riconosciuto l’illegittimità dell’art. 102 D.P.R. 30.5.2002 n. 115, nella parte in cui non prevede l’inclusione dei relativi oneri economici fra quelli coperti dall’ammissione dell’interessato non abbiente al patrocinio a spese dello Stato.

Le garanzie finora esaminate, espressamente riconosciute al soggetto incolpato di un reato, si estendono all’estradando: il legislatore nazionale ha infatti avuto cura di precisare (art. 697, co. 1, C.P.P.) che non è ammessa, ai fini dell’esecuzione di una condanna o di un provvedimento restrittivo della libertà personale, la consegna di un soggetto ad uno Stato estero in via breve e con modalità non garantite (in particolare, in forma apparente di espulsione), dovendo farsi a tal fine ricorso esclusivo alla procedura di estradizione regolata dalla legge e connotata – quando non vi sia consenso dell’interessato, assistito dal difensore – da una fase giurisdizionale in contraddittorio, nelle forme previste dagli artt. 701 e seguenti del codice di rito, che danno fra l’altro attuazione alla risoluzione 21.5.1975 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, concernente il diritto dell’estradando ad essere sentito dall’autorità giudiziaria. Ne segue che la persona di cui è richiesta l’estradizione, se ignora la lingua italiana, ha diritto all’assistenza dell’interprete al fine di esporre le proprie ragioni e partecipare coscientemente agli atti che ne richiedono la presenza; ciò non solo per la già evidenziata forza espansiva delle previsioni dell’art. 143 C.P.P. e perchè l’estradando è, nello Stato richiedente, “accusato” di un reato, ma in primo luogo perchè, altrimenti, le garanzie apprestate dalla legge sarebbero nei suoi confronti del tutto vane ed illusorie (v. anche, nella medesima prospettiva garantistica, Corte Cost. 8/16.6.2000 n. 198, 8/22.6.2000 n. 227 e 8/21.7.2004 n. 257, in tema di espulsione).

Passando all’esame del quesito circa la validità dell’impugnazione personale corredata da motivi in lingua straniera, questa Corte - che in tema di estradizione conosce anche del merito (art. 706 C.P.P.) - è anzitutto chiamata a verificare se il soggetto comprenda la lingua italiana, poiché ciò escluderebbe in radice l’assistenza dell’interprete, in quanto né la lettera, né la “ratio” dell’art. 143 C.P.P. e delle norme correlate configurano un diritto indiscriminato dell’alloglotta, sol perché tale, all’uso nel processo della propria lingua (cfr. la già citata decisione di queste Sezioni Unite in proc. Jakani). In proposito la legge (ultimo periodo del co. 1 dell’art. 143 C.P.P.) fissa una presunzione relativa di conoscenza della lingua italiana da parte del cittadino; per lo straniero stabilisce la presunzione opposta – ai fini dell’invito ad eleggere domicilio nello Stato, ma con criterio ragionevolmente suscettibile di generale utilizzazione – soltanto se residente o dimorante all’estero (art. 169, co. 3, C.P.P.). Fuori di queste ipotesi, qui non rilevanti, è pertanto compito del giudice valutare caso per caso, alla stregua delle emergenze processuali e di eventuali allegazioni dell’interessato, se questi abbia una adeguata conoscenza della lingua del processo. Ora, la costante assistenza dell’interprete negli atti cui AKIMENKO ha partecipato, o che gli sono stati notificati, è da ritenere indicativa della mancanza di un sufficiente livello di comprensione della lingua italiana.

Ciò chiarito, sulla questione controversa in diritto si rinvengono due filoni interpretativi contrapposti.

Un primo orientamento afferma l’inammissibilità dell’impugnazione redatta in lingua straniera, non idonea a comunicare al giudice cui è rivolto il gravame le questioni devolute e le ragioni di doglianza con il veicolo linguistico usuale e prescritto, il che determina carenza degli elementi indicati dall’art. 581 C.P.P., con le conseguenze di cui al successivo art. 591; il diritto a conoscere nella propria lingua gli atti processuali al fine di predisporre la difesa non implica assistenza linguistica in attività difensive rimesse a scelte discrezionali ma vincolate nella forma, né consente, in particolare, di derogare alle tassative prescrizioni concernenti le impugnazioni, la cui traduzione dovrà semmai avvenire a cura di parte. Più in generale, la traduzione d’ufficio degli atti è assicurata dall’italiano nella diversa lingua conosciuta dal soggetto, ma non viceversa (Cass., Sez. VI, 20.6/18.10.1994, P.G. in proc. Bruzzaniti ed altri). Alla stessa conclusione perviene Cass., Sez. VI, 15.10/20.11.2002, Demiri, sul rilievo che la posizione dell’imputato il quale non conosce la lingua italiana è regolata dal co. 1 dell’art. 143 C.P.P.; il diritto all’assistenza ivi previsto, siccome inequivocamente inteso a consentire la comprensione dell’accusa e degli atti del procedimento cui sia chiamato a partecipare, non si estende a quegli atti - quale l’impugnazione - che l’imputato decida di redigere nel proprio interesse, dei quali può e deve procurare privatamente la necessaria traduzione.

L’opposto orientamento è rappresentato da una decisione (Cass., Sez. II, 15.12.1972/5.4.1973, Ervin e altro) pronunciata ancora nel vigore del codice di rito del 1930, nel quale era pure contenuta all’art. 137, co. 1, la prescrizione – sostanzialmente ripresa dai co. 1 e 3 dell’attuale art. 109 – che “tutti gli atti del procedimento penale devono essere compiuti in lingua italiana a pena di nullità”. La vicenda processuale presentava analogie con quella qui in esame (dichiarazione di ricorso degli imputati detenuti ricevuta a verbale in lingua italiana; motivi stesi in tedesco). La sentenza muove da una prospettiva storico-evolutiva di superamento degli orientamenti nazionalistici del passato (avvenuta abrogazione dell’art. 1 R.D.L. 15.10.1925 n. 1796, che stabiliva una sorta di irricevibilità di “istanze, atti, ricorsi e scritture in genere” non compilati in italiano, la cui presentazione si considerava “come non avvenuta” e inidonea ad interrompere la decorrenza dei termini processuali; introduzione di norme di tutela delle minoranze con gli statuti speciali delle Regioni mistilingui; intensificate forme di cooperazione internazionale; sopravvenuta ratifica della Convenzione europea, che si uniforma a principi già affermati con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata il 10.12.1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite); osserva che, se la “trama verbalistica” del processo è necessariamente “strutturata nella lingua dello Stato che esercita la giurisdizione” anche per quanto riguarda gli atti di parte - i quali saranno recepiti, ove espressi in idioma diverso per ignoranza linguistica, attraverso la traduzione, eseguita con le formalità prescritte ad opera di soggetti abilitati che ne assicurino la fedele corrispondenza di contenuto – non vi è motivo di inibire l’uso della propria lingua a chi non è in grado di esprimersi in quella del processo ai fini dell’esercizio del fondamentale e indefettibile diritto alla difesa. In particolare, quanto all’impugnazione, una volta portata a conoscenza del giudice nelle forme prescritte la volontà di attivare il gravame questi è tenuto a recepire, con il mezzo previsto dalla legge, e valutare le ragioni di doglianza espresse in lingua straniera. Raggiunto con la traduzione lo scopo dell’atto, la nullità (di ordine relativo) prevista dall’art. 137 rimane sanata.

Nella stessa prospettiva si colloca l’ordinanza che ha rimesso la questione all’esame delle Sezioni Unite, del cui percorso argomentativo si è già dato conto.

Queste Sezioni Unite condividono il primo orientamento, con le precisazioni che seguono. Come rilevato dall’ordinanza di rimessione, fra gli “atti del procedimento penale” vanno compresi, quando producono effetti processuali, quelli di parte, e fra essi indubbiamente le impugnazioni, in quanto atti “propulsivi” del giudizio ad un grado ulteriore. Nel caso dell’alloglotta l’assistenza diretta di un interprete nominato d’ufficio nella fase di redazione del gravame non è presa in considerazione dall’orientamento giurisprudenziale qui disatteso; trattasi infatti, come esattamente sostenuto nelle decisioni di segno opposto, di attività non riconducibile alle finalità di comprensione, informazione e partecipazione garantite dal co. 1 dell’art. 143 C.P.P.. La traduzione ad opera dell’ufficio è invece concepita come adempimento successivo al deposito dell’impugnazione scritta in lingua straniera; viene in proposito richiamato il principio affermato da Cass., Sez. VI, 27.2/26.4.1995, Ascione, e Sez. III 19.3/13.5.2003, Cronk (cfr. anche Sez. V 20.2/31.5.2001, Rainer) secondo il quale l’obbligo di usare la lingua italiana si riferisce, per letterale previsione dell’art. 109 C.P.P., agli atti da compiere nel procedimento, non agli atti già formati da acquisire al procedimento medesimo, dei quali il giudice deve disporre la traduzione ai sensi dell’art. 143, co. 2, C.P.P.. Tale affermazione può essere condivisa nella sostanza (avvertendo peraltro che la citazione giurisprudenziale è indiscriminatamente riferita all’acquisizione documentale a fini di prova ed agli atti propriamente processuali) ma non rileva riguardo alla questione qui in esame. Infatti, con la pronuncia che chiude un grado di giudizio il procedimento acquisitivo degli elementi ed atti necessari alla decisione si esaurisce, e l’impugnazione è l’atto ulteriore che va “compiuto” per realizzare il passaggio al grado successivo. Essa, quindi, deve avere i requisiti prescritti a pena di inammissibilità ed essere come tale “riconoscibile”; la redazione in lingua straniera anche di una soltanto delle parti costitutive elencate nell’art. 581 C.P.P. non consente di “individuarla” come gravame, non essendone percepibile il significato attraverso il mezzo espressivo voluto dalla legge, tanto più in un sistema processuale che vieta al pubblico ufficiale ricevente di utilizzare personali conoscenze linguistiche (arg. ex co. 3 dell’art. 143 C.P.P.), del resto non estensibili a tutte le innumerevoli forme di linguaggio e scrittura esistenti. D’altra parte, la tesi qui criticata presuppone che l’atto venga recepito e produca i suoi effetti solo per mezzo e all’esito della disposta traduzione, da eseguirsi “nei termini stabiliti dallo stesso ufficio” giudiziario competente a ricevere l’impugnazione (v. punto 8 dell’ordinanza di rimessione). Ciò implicherebbe, quindi, un possibile slittamento dei termini di cui all’art. 585 C.P.P., entro i quali il gravame deve essere perfezionato a pena di decadenza, cioè una manipolazione “additiva” della norma certamente non consentita al giudice ordinario.

Resta da stabilire se l’applicazione del co. 2 dell’art. 143 C.P.P. non possa essere “recuperata” in forza della sua ultima parte, secondo la quale l’alloglotta “che vuole… fare una dichiarazione” ha diritto all’assistenza dell’interprete e può compiere l’atto dichiarativo anche depositando uno scritto da tradurre a cura dell’ufficio e allegare al verbale. Tale linea interpretativa è peraltro preclusa dal fatto che il codice attuale (art. 581), soppressa la previgente distinzione tra il momento dichiarativo e quello espositivo, concepisce l’impugnazione come un atto scritto unitario, che deve essere presentato (artt. 123, 582) o spedito (art. 583) nella sua integrità all’organo competente a riceverlo, e non già recepito a verbale.

Si deve quindi concludere che l’impugnazione redatta in lingua straniera, interamente o in uno dei suoi indefettibili elementi costitutivi indicati dall’art. 581 C.P.P., in quanto non “riconoscibile” come atto del procedimento dotato dei requisiti formali e sostanziali necessari per attivare il gravame e individuarne oggetto e ragioni, soggiace alla specifica sanzione di inammissibilità in tal caso prevista (art. 591, co. 1 lett. c), indipendentemente dalla previsione di nullità (sanabile) degli atti processuali in genere, ove compiuti in lingua diversa dall’italiano.

Resta da stabilire se tale ricostruzione del tessuto normativo sia compatibile con la Costituzione. L’ordinanza di rimessione ha in proposito evidenziato che, nei confronti dell’alloglotta, il diritto a proporre personalmente l’impugnazione rimarrebbe vanificato dall’ignoranza della lingua; sviluppando tale concetto, la memoria della difesa evidenzia che vi sarebbero una violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza (art. 3 della Legge fondamentale) per effetto della ingiustificata disparità fra soggetti culturalmente inseriti nella collettività nazionale e persone non in possesso dello strumento linguistico necessario; una compressione non consentita del diritto alla difesa (art. 24), essendo precluso il gravame personale; una violazione dell’art. 111 novellato, venendo meno la garanzia del “giusto” processo con menomazione dell’effettività del contraddittorio e del diritto all’assistenza linguistica, riconosciuto “nel processo” senza esclusione della fase dell’impugnazione.

Le eccezioni di incostituzionalità sono manifestamente infondate. Infatti gli artt. 109 e 143 C.P.P., come sopra interpretati, non stabiliscono affatto una discriminatoria soppressione del diritto a proporre impugnazione personale nei confronti dello straniero, o in genere del soggetto non in grado di usare la lingua italiana; questi ben potrà esercitare tale diritto superando la difficoltà espressiva con l’assistenza di un proprio interprete e, se indigente, gli sarà consentito riversare il relativo carico economico sullo Stato attraverso l’istituto del patrocinio pubblico, come stabilito dalla ricordata sentenza 20.6/6.7.2007 n. 254 della Corte Costituzionale. Si tratta, dunque, di una difficoltà di mero fatto, del resto comune a varie categorie di persone, anche di madrelingua italiana, come gli analfabeti o gli inabili per difetto fisico a redigere un atto scritto (che, analogamente, avranno necessità di ricorrere all’assistenza di uno scrivano). In proposito va anche considerato che l’impugnazione, in quanto esercizio di una facoltà personale e discrezionale, postula un rapporto fiduciario fra l’impugnante e coloro che lo assistono nella redazione dell’atto, non compatibile con la designazione dell’interprete da parte dell’ufficio. E’ bensì vero che la ricerca dell’assistente e le operazioni di traduzione possono richiedere tempi in concreto incompatibili con il rispetto dei termini per impugnare, tanto più quando l’interessato si trovi in stato di detenzione; ma, se si tratta di una situazione obbiettivamente insuperabile e perciò riconducibile al concetto di forza maggiore, soccorre l’istituto della restituzione in termini di cui all’art. 175, co. 1, C.P.P. (cfr. Cass., Sez. V, 12.5/22.6.1995, Alegre, in tema di mancata percezione tempestiva del termine per proporre opposizione a decreto penale, dovuta ad ignoranza linguistica).

Ne segue che non vi è violazione dell’art. 3 della Costituzione, poiché nessuna discriminazione è stabilita dal codice di rito nei confronti degli alloglotti quanto al diritto di impugnazione, e le disparità denunciate investono situazioni di mero fatto; non vi è, conseguentemente, violazione del diritto alla difesa, al giusto processo e al contraddittorio; neppure è violato l’art. 111 della Legge fondamentale nella parte relativa all’assistenza dell’interprete che, per un atto personale e discrezionale come l’impugnazione, è connotata da un rapporto fiduciario soddisfatto con la scelta da parte dell’interessato, salvo ricorso, in caso di indigenza, al patrocinio pubblico per sostenere le spese resesi necessarie.

Vanno quindi affermati i seguenti principi:

E’ inammissibile l’impugnazione redatta in lingua straniera, interamente o in uno dei suoi indefettibili elementi costitutivi indicati dall’art. 581 C.P.P., presentata da soggetto legittimato che non conosca la lingua italiana, considerato che l’avente diritto, esercitando una facoltà personale e discrezionale, può valersi dell’assistenza di un proprio interprete di fiducia, a spese dello Stato in caso di indigenza;

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 109 e 143 C.P.P. in relazione agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, poiché le norme denunciate non limitano i diritti alla difesa, all’impugnazione ed alla parità delle parti dei soggetti che non conoscono la lingua italiana, e le disparità prospettate investono situazioni di mero fatto per le quali, se del caso, possono essere attivati appositi rimedi (patrocinio pubblico, restituzione in termini).

Ciò considerato, il ricorso per cassazione qui proposto, siccome corredato da motivi non in lingua italiana, va dichiarato inammissibile; l’inammissibilità, a norma dell’art. 585, co. 4, C.P.P., si estende ai motivi nuovi.

Quanto all’applicazione dell’art. 616 C.P.P., è stato talora affermato che al mancato accoglimento del ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello favorevole all’estradizione non consegue la condanna alle spese; queste non sarebbero classificabili nella categoria delle spese processuali vere e proprie, ma in quella più generica delle spese per l’amministrazione della giustizia, considerata la natura prevalentemente amministrativa del procedimento che prevede, solo in via incidentale, una fase di garanzia giurisdizionale il cui esito positivo, peraltro, non rende obbligatoria l’estradizione, affidata esclusivamente alla scelta politico-amministrativa del Ministro della Giustizia (Cass., Sez. VI, 18.11.1998/19.1.1999, Frederik); ciò anche in forza di disposizioni sulla ripartizione delle spese fra gli Stati contraenti contenute nei singoli trattati e, per quanto qui interessa, nell’art. 24 della Convenzione europea resa esecutiva con L. n. 300/1963 (“le spese derivanti dall’estradizione sul territorio della Parte richiesta saranno a carico di quest’ultima”; cfr. in proposito Cass., Sez. VI, 20.9/13.10.1995, Daimallah) nonchè dell’inquadramento dell’istituto nell’ambito dei rapporti interstatuali (Cass., Sez. VI, 9.1/24.2.1998, Mehanovich). Tale orientamento non sembra condivisibile, attesa la pacifica natura giurisdizionale del procedimento, nel quale l’estradando è parte, e quella di mezzo di impugnazione del ricorso per cassazione “anche per il merito” di cui all’art. 706 C.P.P.; ne segue che la sentenza di rigetto o di inammissibilità del gravame, esaurendo in via definitiva la fase incidentale di competenza dell’Autorità giudiziaria, determina la soccombenza del ricorrente, onde legittimamente ne viene disposta la condanna al pagamento delle spese della procedura (cfr., pure con riferimento a procedimento incidentale, Cass., Sez. Un., 5/20.7.1995, Galletto). Né d’altra parte l’esenzione dalle spese della parte privata può derivare dalla norma internazionale che regola esclusivamente i rapporti fra gli Stati contraenti (Cass., Sez. VI, 2/30.12.2004, Von Pinoci).

Il ricorrente non va invece condannato anche al pagamento di una somma alla Cassa delle ammende, non essendo ravvisabili – nei termini indicati dalla Corte Costituzionale nella sentenza 7/13.6.2000 n. 186 – profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, attesa la condizione di straniero alloglotta e la scarna e non univoca elaborazione giurisprudenziale della specifica materia.

P . Q . M .

La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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GIUDICE DI PACE - PERSONA OFFESA - RICORSO IMMEDIATO - DECLARATORIA DI AMMISSIBILITA' - RICORRIBILITA' PER CASSAZIONE - ESCLUSIONE

Le Sezioni Unite hanno dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione avverso il provvedimento con cui il Giudice di pace dichiara l’inammissibilità del ricorso immediato della persona offesa per la citazione a giudizio. Il Supremo Collegio ha, in proposito, precisato che tale decreto ha natura meramente interlocutoria e processuale che decide sul diritto potestativo della persona offesa di ottenere l’accesso al rito semplificato ed è dunque privo di contenuto decisorio e della capacità di incidere in via definitiva su diritti soggettivi.

Testo Completo:

Sentenza n. 36717 del 26 giugno 2008 - depositata il 25 settembre 2008(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore P. Onorato)
Svolgimento del procedimento
1 – Con provvedimento reso il 27.2.2007, il Giudice di pace di Bergamo dichiarava inammissibile, ai sensi dell’art. 24 lett. c), in relazione all’art. 21, comma 2, lett. e) del D.Lgs. 28.8.2000 n. 274, il ricorso immediato proposto nell’interesse di Aurelia Corna per ottenere la citazione a giudizio di Giovanni Zanchi, Pamela Zanchi e Annalisa Noris per i reati d’ingiuria e diffamazione (artt. 594 e 595 c.p), nonché di Rino Zanchi per il reato di minacce (art. 612 c.p.). Osservava al riguardo che il ricorso era privo dei requisiti prescritti, perché non conteneva le generalità complete delle persone da citare a giudizio, mancando del luogo e della data di nascita delle medesime.
2 – Il difensore della Corna, con atto depositato il 15.3.2007, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo con unico motivo violazione e/o erronea applicazione degli artt. 21, 22, 24 e 26 D.Lgs. 274/2000, e chiedendo l’annullamento del provvedimento impugnato con ogni consequenziale pronuncia. Sostiene al riguardo che per esercitare l’azione penale e civile davanti al giudice di pace ex art. 21 e ss. D.Lgs. 274/2000 non è necessario che la persona offesa indichi anche il luogo e la data di nascita delle persone che intende citare in giudizio, così come non è richiesto per l’esercizio di analoghi strumenti processuali, quali la querela (artt. 336 e ss. c.p.p.), la costituzione di parte civile nel processo penale (art. 78 c.p.p.) e l’atto di citazione per il processo civile (art. 163 c.p.c.). Sostiene altresì la ricorribilità per cassazione dei provvedimenti d’inammissibilità emessi dal giudice di pace ex artt. 24 e 26 D.Lgs. 274/2000; ma aggiunge per completezza che sul punto esiste un contrasto giurisprudenziale, sicché chiede, occorrendo, la rimessione del ricorso alle Sezioni unite di questa Corte.
3 – Il ricorso è stato assegnato alla quinta sezione penale. Il Procuratore generale in sede, con requisitoria scritta del 17.10.2007, ha chiesto dichiararsi la inammissibilità del ricorso in ragione del carattere di decisione non definitiva del provvedimento impugnato. Altrettanto ha chiesto il difensore fiduciario dei citati Zanchi e Noris con memoria depositata il 10.3.2008. La quinta sezione penale, con ordinanza in data 1.4.2008, depositata il 28.4.2008, rilevato il contrasto giurisprudenziale in ordine alla ricorribilità per cassazione del provvedimento impugnato, dopo una puntuale disamina delle ragioni addotte a sostegno dell’uno e dell’altro orientamento, ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite, non senza aver rilevato che il contrasto era già stato segnalato in precedenza dall’ufficio del massimario di questa Corte e che un precedente ricorso, riguardante indirettamente la stessa questione, era stato già rimesso alle Sezioni unite, ma era stato poi restituito alla sezione semplice (v. Cass. Sez. V, sent. n. 18845 del 21.11.2006, Battaglia, rv. 236924). Il Primo Presidente, con provvedimento del 12.5.2008, ha fissato per la trattazione davanti alle Sezioni unite l’udienza del 26.6.2008. Il Procuratore generale, con requisitoria del 31.5.2008, ha confermato la precedente richiesta d’inammissibilità del ricorso, ulteriormente argomentando sul carattere interlocutorio e non decisorio del provvedimento impugnato.Motivi della decisione
4 – La questione rimessa a questo Collegio è se sia ammesso il ricorso per cassazione contro il provvedimento col quale il giudice di pace, ai sensi dell’art. 26, comma 2, D.Lgs. 28.8.2000 n. 274, dichiara inammissibile il ricorso immediato per la citazione a giudizio, presentato dalla persona offesa ai sensi dell’art. 21 dello stesso D.Lgs. 274/2000. Giova ricordare che, secondo la speciale disciplina stabilita dal D.Lgs. 274/2000 per il processo penale davanti al giudice di pace, in caso di ricorso immediato della persona offesa per i reati procedibili a querela, il pubblico ministero, entro dieci giorni dalla comunicazione che ne ha ricevuto, presenta le sue richieste al giudice di pace, e, se non esprime parere contrario alla citazione, formula la imputazione (art. 25). Il giudice, scaduto il termine dei dieci giorni, anche se il pubblico ministero non ha presentato richieste, deve provvedere al riguardo con una delle seguenti decisioni (art. 26 e 27): a) se ritiene il ricorso inammissibile per uno dei motivi processuali indicati nell’art. 24 (ricorso presentato fuori termine o fuori dei casi previsti; ricorso privo dei requisiti prescritti o non ritualmente sottoscritto; ricorso che non contiene una sufficiente descrizione del fatto o l’indicazione delle fonti di prova; mancanza di prova della comunicazione del ricorso al pubblico ministero), oppure manifestamente infondato, lo dichiara e trasmette gli atti al pubblico ministero per l’ulteriore corso del procedimento; b) se ritiene che il ricorso riguardi un reato appartenente alla competenza per materia di un altro giudice, lo dichiara con ordinanza e dispone la trasmissione degli atti al pubblico ministero; c) se riconosce la propria incompetenza per territorio, lo dichiara con ordinanza e restituisce gli atti al ricorrente, che nel termine perentorio di dieci giorni ha facoltà di reiterare il ricorso davanti al giudice di pace competente; d) se non deve provvedere in uno dei sensi suindicati, emette decreto di convocazione delle parti davanti a sé. Nei casi , e il procedimento speciale attivato col ricorso si conclude davanti al giudice adito, con la possibilità di essere riattivato davanti ad altro giudice di pace territorialmente competente (nel caso ), o di trasformarsi nel procedimento ordinario davanti allo stesso giudice attraverso atto di citazione diretta emesso dal pubblico ministero ex art. 20 (nel caso ). Nel caso , invece, il procedimento speciale sfocia nel giudizio, che si aprirà con il tentativo obbligatorio di conciliazione e, se il tentativo fallisce, proseguirà con la istruttoria e si concluderà con la sentenza finale (artt. da 29 a 32). In questa ultima ipotesi, attraverso il rito speciale introdotto col ricorso immediato, la persona offesa promuove una sorta di azione penale a formazione progressiva con l’intervento del pubblico ministero, che consente di abbreviare i tempi processuali, risparmiando quelli necessari all’espletamento delle indagini preliminari (di cui agli artt. da 11 a 19). Anche in considerazione della oscillazione terminologica che caratterizza la prassi giudiziaria, preliminarmente è opportuno precisare che il provvedimento d’inammissibilità va configurato come decreto che il giudice di pace emette de plano. Infatti, il citato art. 26 non specifica la forma dei provvedimenti del giudice, salvo che per i casi d’incompetenza per materia o per territorio: in tale ipotesi, secondo la norma, il giudice adito deve provvedere con ordinanza (ovviamente motivata ex art. 125, comma 3, c.p.p.), dichiarando la propria incompetenza e disponendo la trasmissione degli atti al pubblico ministero o la restituzione al ricorrente. Sembra potersi dedurrre che, dove l’art. 26 non prescrive la forma dell’ordinanza, il giudice provvede con decreto inaudita altera parte. Ovviamente, in forza dell’art. 111, comma 6, Cost., anche il decreto deve essere motivato, sia pure sinteticamente, ma non a pena di nullità, giacché l’art. 125, comma 3, c.p.p. riserva questa sanzione ai soli casi in cui essa è espressamente prevista dalla legge. Alla luce di quanto si osserverà in seguito, questa precisazione terminologica non è priva di rilievo nella questione de qua, ove si consideri che, secondo una dottrina tradizionale, il decreto ha contenuto solitamente ordinatorio, non decisorio, essendo strumentale all’ulteriore svolgimento del processo.
5 – Prima di affrontare il contrasto registrato nella giurisprudenza di legittimità, sembra opportuno far cenno di alcune decisioni della Corte costituzionale, che hanno indubbio rilievo, seppure indiretto, sul thema decidendum. Con ordinanza n. 114 del 24.4.2008 il Giudice delle leggi ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 25, comma 2, D.Lgs. 274/2000, sollevata dal Giudice di pace di Chioggia, nella parte in cui non prevede che, a seguito di ricorso immediato della persona offesa, il pubblico ministero, anche quando esprime parere contrario alla citazione, debba formulare l’imputazione. Nell’argomentare la decisione, la Corte ha svolto alcune sintetiche osservazioni, indubbiamente utili per chiarire i termini del problema in esame. Anzitutto – secondo la Consulta – il legislatore ha riconosciuto esclusivamente al pubblico ministero la titolarità dell’iniziativa penale anche in ordine ai reati di competenza del giudice di pace perseguibili a querela, configurando il nuovo istituto del ricorso immediato della persona offesa come atto meramente propositivo, rispetto al quale è rimesso al pubblico ministero il potere di aderire o no, nell’esercizio della sua prerogativa istituzionale. In secondo luogo, in ossequio al principio generale secondo cui le iniziative del pubblico ministero sono normalmente soggette al controllo del giudice, il giudice di pace ha il potere di trasmettere gli atti al pubblico ministero, anche se questi ha formulato l’imputazione. Questa trasmissione non inibisce la prosecuzione del procedimento nelle forme ordinarie, con la possibilità per il giudice di pace di disporre la cosiddetta imputazione coatta ai sensi dell’art. 17, comma 4, del D.Lgs. 274/2000, ove il pubblico ministero, all’esito di ulteriori indagini, avanzi richiesta di archiviazione. Per questa ragione, dalla trasmissione degli atti al pubblico ministero non deriva una irrazionale compressione del diritto di difesa del ricorrente, il quale può adeguatamente far valere le sue ragioni nell’ulteriore corso di un procedimento che resta connotato dal costante coinvolgimento della persona offesa, in correlazione con la finalità conciliativa della giurisdizione penale del giudice di pace. Infine, questa disciplina, che appare il frutto di coerenti scelte normative in ordine ai diversi moduli introduttivi del giudizio, non lede il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Altra pronuncia più risalente, invece, getta luce sulla più specifica questione della inammissibilità del ricorso immediato della persona offesa per insufficiente indicazione delle generalità dell’imputato/querelato. Con l’ordinanza n. 83 del 23.2.2004 n. 83 la Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione d’illegittimità costituzionale dell’art. 21, comma 2, lett. e) del D.Lgs. 274/2000, nella parte in cui prevede che il ricorso immediato della persona offesa deve contenere, a pena d’inammissibilità, le generalità della persona citata a giudizio. Nella motivazione, la Consulta ha in primo luogo osservato che, contrariamente all’assunto del giudice rimettente, la persona offesa ha possibilità di accedere ai dati identificativi del querelato, atteso che non è necessario il consenso dell’interessato per il trattamento dei dati quando questi sono necessari per lo svolgimento delle indagini difensive o comunque per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria (art. 12, lett. h) legge 31.12.1996 n. 675, ora sostanzialmente riprodotto nell’art. 24, lett. f) D.Lgs. 30.6.2003 n. 196, codice in materia di protezione dei dati personali). Peraltro, affrontando il problema di merito, l’ordinanza ha significativamente aggiunto che secondo una pronuncia di questa Corte di cassazione (alludendo evidentemente a Cass. Sez. V, n. 21714 dell’11.4.2003, Feliciani, rv. 224891) il requisito della identificazione delle generalità della persona citata a giudizio è soddisfatto anche se manchi la precisazione della data e del luogo di nascita, essendo sufficiente che il ricorso non sia rivolto ad incertam personam.
6 – Passando più direttamente alla questione devoluta al Collegio, occorre analizzare i due orientamenti contrapposti delle sezioni semplici di questa Corte: uno maggioritario, che sostiene la ricorribilità del decreto del giudice di pace; uno minoritario, che argomenta per la non ricorribilità. A rigore, esulano dal thema decidendum quelle pronunce che hanno dichiarato l’ammissibilità del ricorso solo perché il provvedimento impugnato rivestiva, nei singoli casi, il carattere dell’abnormità (Sez. IV, n. 33675 del 27.5.2004, P.M. in proc. Gatto, rv. 229096; Sez. V, n. 40836 del 20.9.2004, P.M. in proc. Nardo, rv. 230118; Sez. V, n. 12 del 25.10.2005, P.M. in proc. Losa, rv. 233501; Sez. V, n. 20559, P.M. in proc. Bellisario, rv. 234186; Sez. V, n. 10745 dell’8.2.2007, P.M. in proc. Nodari, rv. 235945). In questi casi, infatti, com’è noto, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, la possibilità di impugnare il provvedimento per cassazione non deriva dalla forma e dal contenuto tipico del provvedimento, ma dalla sua concreta abnormità strutturale o funzionale, perché esso risulta estraneo all’ordinamento processuale o perché determina una crisi di funzionamento (stasi, o indebita regressione) del processo (v. per tutte Sez. Un. n. 17 del 10.12.1997, dep. 12.2.1998, Di Battista, rv. 209603; Sez. Un. n. 26 del 24.11.1999, dep. 26.1.2000, Magnani, rv. 215094). E’agevole rilevare che nel caso di specie il decreto d’inammissibilità non può considerarsi abnorme, né in senso strutturale, giacché è espressamente previsto dall’ordinamento come esercizio di un potere specifico del giudice di pace, né in senso funzionale, giacché non provoca alcuna stasi processuale, ma semplicemente converte il rito speciale breve in rito ordinario (atteso che la proposizione del ricorso produce gli stessi effetti della presentazione della querela ai sensi dell’art. 21, comma 5, D.Lgs. 274/2000). Quelle che propriamente si contendono il campo, invece, sono le sentenze che optano per l’una o per l’altra soluzione sulla base della concezione che hanno della natura intrinseca del provvedimento impugnato e dello scopo della impugnazione per cassazione. L’orientamento prevalente sostiene la ricorribilità per cassazione del decreto di inammissibilità pronunciato dal giudice di pace ex art. 26 D.Lgs. 274/2000 facendo leva in sostanza sui seguenti fondamentali argomenti: a) si tratta di un provvedimento essenzialmente decisorio, che conclude il procedimento speciale attivato dalla persona offesa, in quanto, pur lasciando aperta la possibilità che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie, impedisce all’interessato l’accesso immediato al giudizio, che il legislatore ha inteso indubbiamente favorire nella giustizia penale minore; b) la persona offesa ha interesse alla impugnazione del decreto d’inammissibilità proprio al fine di rimuovere l’ostacolo che gli impedisce l’accesso a un processo accelerato attraverso il quale conseguire in tempi rapidi la sua domanda di giustizia penale ed eventualmente civile. (Sez. V, n. 21714 dell’11.4.2003, Feliciani, rv. 224890, cit; Sez. IV, n. 19265 del 17.12.2002, dep. 24.4.2003, Rallo, rv. 225424; Sez. V, n. 22389 del 10.5.2005, Viola, rv. 231436; Sez. V, n. 19370 del 10.5.2005, Urso, rv. 231779; Sez. V, n. 11588 del 10.2.2006, Busetto, rv. 233899; Sez. V, n. 22505 del 23.5.2006, Mazzetto, rv. 234710; Sez. V, n. 176 del 28.9.2006, P.O. in proc. Cozzi, rv. 236040). L’orientamento minoritario esclude invece la ricorribilità per cassazione con argomenti specularmente opposti, che possono così riassumersi: a) il provvedimento del giudice di pace non ha carattere decisorio, giacché l’azione penale prosegue comunque nelle forme ordinarie; b) la persona offesa non è pregiudicata nei suoi diritti, giacché ha la possibilità di esercitarli ugualmente nel processo ordinario. (Sez. IV, n. 34144 del 10.6.2004, Netti, rv. 228834; Sez. II, n. 2578 del 17.11.2005, Drigo, rv. 222864; Sez. VI, n. 30960 del 28.5.2007, P.O. in proc. Del Balzo, rv. 237188; Sez. V, n. 41212 del 24.10.2007, P.M. in proc. Franceschelli, rv. 238182).
7 – Da questo sommario riassunto del contrasto argomentativo non è difficile desumere il parametro fondamentale a cui occorre far ricorso per la soluzione della questione. Secondo l’art. 111, comma 7, Cost. e l’art. 568, comma 2, c.p.p. è sempre ammesso il ricorso per cassazione, per violazione di legge, contro le sentenze, salvo per quelle sulla competenza che possono dar luogo a un conflitto di giurisdizione o di competenza. Poiché la incerta identificazione formale dei provvedimenti giurisdizionali non sempre assicura il rispetto della ratio della disposizione, sul punto si è imposta da tempo una interpretazione “sostanzialista” secondo la quale sono ricorribili per cassazione non solo le sentenze, ma anche i provvedimenti che, pur non avendo il carattere formale della sentenza, hanno un contenuto decisorio e una capacità di incidere in via definitiva su diritti soggettivi (così Cass. Sez. Un. Pen. n. 25080 del 28.5.2003, Pellegrino, rv. 224610, che ribadisce l’orientamento seguito dalle stesse Sezioni unite con le sentenze n. 26 del 24.11.1999, Magnani, rv. 215093, n. 17 del 10.12.1997, Di Battista, rv. 209606 e n. 3 del 3.2.1995, P.G. in proc. Gallo, rv. 200116; riprendendo in tal modo una risalente giurisprudenza civile, autorevolmente avallata dalle Sezioni unite civili con le sentenze n. 2593 del 30.7.1953, Laredo Mendoza c. De Barberis, rv. 881234; n. 5603 del 6.11.1984, Manzione c. RAI, rv. 437279). Entrambi i succitati orientamenti giurisprudenziali condividono questa interpretazione analogica del principio, che è diventato ormai ius receptum, ma ne fanno applicazioni diverse. Orbene, il senso della interpretazione “sostanzialista” del principio è che tutti i provvedimenti giurisdizionali che decidono in relazione ai diritti sostanziali dedotti in giudizio devono poter essere assoggettati al vaglio della Corte di cassazione, affinchè questa possa assicurare l’uniforme interpretazione e applicazione del diritto oggettivo. Se non fosse garantita la possibilità di ricorrere per cassazione contro ogni sentenza, e contro ogni provvedimento di analogo contenuto decisorio, sarebbe vanificata la funzione nomofilattica affidata al supremo organo giurisdizionale. In altri termini, poiché la sentenza è un provvedimento tipicamente decisorio, idoneo a risolvere la controversia dedotta nel processo con carattere d’irrevocabilità, acquistando così autorità di giudicato, la ricorribilità per cassazione contro le sentenze si può estendere per analogia, senza vulnerare il principio di tassatività delle impugnazioni, anche agli altri provvedimenti giurisdizionali che decidono, con possibilità di passaggio in giudicato, sul diritto sostanziale dedotto in giudizio, incidendo cosi definitivamente sul merito della regiudicanda. Per la stessa ragione, però, vale a dire perché manca la predetta analogia, questa ricorribilità non si può estendere a tutti i provvedimenti meramente ordinatori o processuali, che decidono soltanto sul diritto potestativo di ottenere una pronuncia giurisdizionale, attraverso determinati riti processuali, e per conseguenza non incidono sul merito. Trascurano questa essenziale distinzione, e quindi svalorizzano l’autonomia dell’azione processuale rispetto al diritto sostanziale, gli argomenti fondamentali utilizzati dai fautori dell’orientamento giurisprudenziale maggioritario, laddove ritengono la natura decisoria del decreto d’inammissibilità perché preclude alla persona offesa l’accesso al rito semplificato, oppure sottolineano l’interesse della stessa persona offesa a conseguire per via breve la condanna dell’imputato e il risarcimento del relativo danno (senza peraltro considerare che l’interesse è un requisito della impugnabilità soggettiva e non un criterio per valutare la impugnabilità oggettiva del provvedimento). Alla luce di queste precisazioni, non v’è dubbio che il decreto con cui il giudice di pace, ai sensi dell’art. 26, dichiara inammissibile il ricorso della persona offesa per difetto dei requisiti processuali prescritti dall’art. 24, non decide sul merito, e quindi non esaurisce l’azione penale per il reato denunciato e l’eventuale azione civile per il relativo risarcimento del danno; ma decide soltanto sul rito semplificato introdotto dalla persona offesa col ricorso immediato presentato ai sensi dell’art. 21. Tanto è vero che il giudice, quando dichiara inammissibile il ricorso per ragioni di rito (ma anche quando lo dichiara manifestamente infondato per ragioni di merito) ha l’obbligo di disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero per l’ulteriore corso del procedimento ordinario, che potrà svilupparsi con indagini preliminari e potrà sfociare in un provvedimento di archiviazione, in una sentenza di proscioglimento o in una sentenza di condanna. La persona offesa che aveva presentato il ricorso immediato, essendo parte necessaria anche del procedimento ordinario, potrà esercitare in questo tutti i suoi diritti, compreso quello di impugnare i provvedimenti conclusivi con i mezzi previsti dall’ordinamento. Non è esatto affermare che il pubblico ministero ha solo la facoltà, e non l’obbligo, di dar corso ulteriore al procedimento, potendo anche non attivarsi (come afferma la succitata sentenza Urso). Anche in questo snodo procedimentale, infatti, vale il principio di obbligatorietà dell’azione penale, che – come noto – secondo il modulo alternativo prospettato dall’art. 405 c.p.p. si atteggia come potere-dovere del pubblico ministero di scegliere se richiedere al giudice l’archiviazione o se esercitare positivamente l’azione penale, formulando l’imputazione. E’ degno di nota a questo proposito che, a norma dell’art. 17, comma 3, D.Lgs. 274/2000, il pubblico ministero che intenda richiedere l’archiviazione dopo che il giudice gli ha trasmesso gli atti in esito alla declaratoria d’inammissibilità o di manifesta infondatezza del ricorso della persona offesa, deve notificare la richiesta di archiviazione alla stessa persona offesa, anche se questa non abbia chiesto preventivamente di essere informata al riguardo. E’ evidente che in questa circostanza la persona offesa conserva i diritti di opposizione e di impugnazione previsti dall’art. 17, comma 2, D.Lgs. 274/2000 e, in quanto compatibili, dagli artt. 409 e 410 c.p.p.. Una chiara conferma della tesi della non ricorribilità si può rinvenire nella Relazione ministeriale di accompagnamento al Decreto Legislativo 28.8.2000 n. 274. Illustrando i provvedimenti che il giudice di pace può adottare ai sensi dell’art. 26, la Relazione significativamente precisa che per i casi d’inammissibilità del ricorso previsti dall’art. 24 “si è poi scartata l’ipotesi, pur in astratto possibile, della pronuncia da parte del giudice di una ordinanza impugnabile, in quanto in tal modo si sarebbe innestata una ulteriore fase incidentale che, anche per i prevedibili tempi ordinari di decisione, si sarebbe posta in netto contrasto con l’accentuata caratteristica d’immediatezza della citazione per ricorso. D’altra parte, la trasmissione degli atti [al pubblico ministero: n.d.r.] non inibisce la prosecuzione del procedimento nelle forme ordinarie, che potrà sfociare, all’esito di eventuali approfondimenti investigativi, in una citazione a giudizio ai sensi dell’articolo 20 [cioè da parte del pubblico ministero, e non più della polizia giudiziaria, dopo la modifica introdotta dall’art. 17, comma 4 lett. a) del D.L. 27.7.2005 n. 144, convertito, con modificazione, nella legge 31.7.2005 n. 155: n.d.r.]. Peraltro, resta aperta la strada alla archiviazione del procedimento ai sensi dell’articolo 17.”
8 – In conclusione, non si può condividere l’orientamento che sostiene la ricorribilità per cassazione del decreto con cui il giudice di pace dichiara inammissibile il ricorso immediato della persona offesa; anche se si può intuire come alla base di questo orientamento maggioritario vi sia la propensione del giudice di legittimità a non abdicare alla sua funzione nomofilattica in ordine a decisioni dei giudici di merito fondate su interpretazioni inaccettabili del diritto oggettivo. Così, la succitata sentenza Feliciani – che sotto il profilo argomentativo, se non cronologico, può considerarsi la decisione capofila dell’indirizzo maggioritario – è indubbiamente apprezzabile laddove ritiene che l’onere della persona offesa di indicare le generalità delle persone citate a giudizio ex art. 21 resti assolto allorché il ricorso consenta di individuare comunque i soggetti chiamati a comparire davanti al giudice di pace. Invero, secondo la ratio che ispira l’istituto generale della citazione, quale si desume chiaramente dall’art. 163 c.p.c., nonché dall’art. 78 c.p.p., la vocatio in ius raggiunge il suo scopo quando l’attore specifichi le generalità che sono sufficienti a identificare il convenuto, non essendo quindi generalmente necessario che oltre al nome e cognome o alla residenza, indichi anche data e luogo di nascita, paternità e maternità o magari anche lo stato civile. Ma non è condivisibile – quella sentenza – laddove afferma la ricorribilità per cassazione del decreto d’inammissibilità proprio per poterne sindacare la illegittimità. Si trattava infatti – come s’è detto – di un decreto che non decideva il merito dell’azione penale, atteso che questa proseguiva nelle forme del procedimento ordinario; sicché esso rimaneva estraneo al campo di esercizio della funzione nomofilattica. Invero, la interpretazione analogica della regola della ricorribilità per cassazione di tutte le sentenze non può estendersi anche ai provvedimenti meramente processuali o interlocutori, che non sono “simili” alle sentenze ex art. 12 delle preleggi, proprio perché non decidono in via definitiva sui diritti soggettivi dedotti nel processo. In tali casi, la correzione di indirizzi giurisprudenziali erronei potrà avvenire soltanto attraverso la via informale del dibattito dottrinale, ma non attraverso lo strumento istituzionale nomofilattico affidato al monopolio della Corte di cassazione. Diverso è invece il caso affrontato dalla citata sentenza Cozzi, dove il Giudice di pace di Milano aveva dichiarato inammissibile il ricorso della persona offesa perché le generalità dell’imputata erano state indicate erroneamente come Cozzi Maria anziché come Cozzi Mara, nonostante che questa si fosse regolarmente presentata in udienza, consentendo così la sua identificazione. In questo caso però il giudice aveva emesso il provvedimento sotto forma di sentenza, e non nella fase preliminare, ma in esito al giudizio ordinario. In tal modo la sua decisione non aveva carattere meramente ordinatorio, ma decideva il merito dell’azione penale con idoneità a passare in giudicato. Sia dal punto di vista formale (trattavasi di sentenza), sia dal punto di vista sostanziale (trattavasi di decisione di merito suscettibile di giudicato), il controllo nomofilattico era imposto dai principi.

OBBLIGAZIONI – PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – ARRICCHIMENTO SENZA CAUSA – REVISIONE PREZZI

Risolvendo un contrasto in riferimento ai criteri di calcolo dell’indennizzo ex art. 2041 c.c. - in una fattispecie concernente un contratto di appalto di opere tra un Comune e un’impresa, annullato dal giudice amministrativo - le S.U., all’esito dell’analisi della giurisprudenza pregressa e facendo propria l’interpretazione restrittiva, hanno ritenuto, in generale, che dal calcolo dell’indennità, richiesta per la diminuzione patrimoniale subita dall’esecutore di una prestazione in virtù di un contratto invalido, deve essere escluso quanto lo stesso avrebbe percepito a titolo di lucro cessante se il rapporto negoziale fosse stato valido ed efficace e, in particolare, nei confronti della P.A. per il periodo precedente alla l. n. 144 del 1989, che la revisione prezzi non può costituire neppure un parametro di riferimento ai fini della liquidazione dell’indennizzo.

Testo Completo:
Sentenza n. 23385 dell'11 settembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore S. Salvago)

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mercoledì 24 settembre 2008

LAVORO PUBBLICO - PERSONALE DEGLI ENTI LOCALI TRASFERITO NEI RUOLI DEL PERSONALE ATA STATALE - QUESTIONE DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE

La S.C., intervenendo nuovamente in tema di anzianità di servizio e trattamento retributivo del personale A.T.A., già dipendente di ente locale, passato alle dipendenze dell'amministrazione scolastica statale, ha rimesso gli atti alla Corte costituzionale per lo scrutinio di costituzionalità dell’art. 1, comma 218, legge 23 dicembre 2005, n. 266, in relazione agli artt. 117, comma 1, Cost. e 6 Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (in particolare, con sentenza 29 luglio 2004 Scordino c. Governo italiano).

Testo Completo:
Ordinanza n. 22260 del 4 settembre 2008(Sezione Lavoro, Presidente e Relatore S. Senese)

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martedì 23 settembre 2008

RAPPORTI GIURISDIZIONALI CON AUTORITA' STRANIERE - TRASFERIMENTO DI PERSONE CONDANNATE - ESECUZIONE DELLA PENA NELLO STATO - INDULTO - APPLICABILITA'

Le Sezioni Unite hanno ritenuto applicabile il beneficio dell’indulto anche alle pene in esecuzione nello Stato sulla base della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate. La decisione, innovando alla precedente giurisprudenza di legittimità orientata in senso negativo, ha ritenuto non ostativa alla concessione dell’indulto la circostanza che l’art. 12 della citata Convenzione non menzionasse tale beneficio espressamente tra le misure di clemenza applicabili al condannato dallo Stato di esecuzione (segnatamente amnesty, pardon e commutation), facendo leva sui criteri ermeneutici della “equivalenza giuridica degli istituti” e della “ratio” della disciplina dettata dalla Convenzione
Sentenza n. 36522 del 10 luglio - depositata il 23 settembre 2008
(Sezioni Unite Penali, Presidente F. Morelli, Relatore G. Canzio)
RITENUTO IN FATTO 1. – Con sentenza del 19/7/1999 la Corte d’appello di Milano, in applicazione della Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983 sul trasferimento delle persone condannate ed agli effetti dell’esecuzione della pena in Italia, riconosceva la sentenza 15/6/1989 della Crown Court di Strafford (U.K.), con la quale Nicola Napoletano era stato condannato alla pena dell’ergastolo per omicidio volontario, determinando in trenta anni di reclusione la pena da eseguirsi nello Stato italiano. Con ordinanza del 31/5/2007 la stessa Corte dichiarava inapplicabile al Napoletano l’indulto di cui alla legge n. 241 del 2006, richiamando l’orientamento della giurisprudenza di legittimità che aveva costantemente escluso l’applicabilità dell’indulto alle persone condannate all’estero e trasferite in Italia per l’espiazione della pena ai sensi della citata Convenzione, sul duplice assunto che lo Stato di esecuzione è vincolato alla natura e alla durata della sanzione stabilite dallo Stato di condanna e che la modifica della durata della pena in senso favorevole al condannato è ipotesi eccezionale, prevista dall’art. 12 della Convenzione solo per effetto di “grazia, amnistia e commutazione della pena”, ma non di indulto, istituto ivi non contemplato e diverso dalla commutazione della pena. 2. – Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Napoletano, il quale ne ha chiesto l’annullamento denunziando la violazione dell’art. 606, lett. b)-c)-e) c.p.p., in relazione agli artt. 174 c.p., 9, 12 e 14 della Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983, 672 c.p.p. ed alla legge n. 241 del 2006. Sostiene il ricorrente, anche con successiva memoria difensiva, che nell’espressione “commutazione della pena” di cui al citato art. 12 è ricompreso l’indulto, istituto che non trova un equivalente nella terminologia anglosassone né in quella francese, essendo comunque manifesta la volontà di consentire nella fase esecutiva del giudicato straniero l’applicazione della generalità dei benefici che hanno ad effetto la riduzione della pena e che sono previsti dalla legislazione sostanziale e processuale sia dello Stato di condanna sia dello Stato in cui la persona condannata è trasferita, cui l’art. 9 affida l’esclusiva responsabilità dell’esecuzione. Un’interpretazione difforme da quella invocata, ad avviso del ricorrente, esporrebbe la legge di ratifica della Convenzione a dubbi di costituzionalità, sottoponendo la persona condannata all’estero e trasferita in Italia ad un trattamento irragionevolmente deteriore rispetto alla persona giudicata e condannata in Italia. 3. – La Prima Sezione, ritenuto di dover condividere la soluzione interpretativa difforme dal costante indirizzo di legittimità, che motiva l’inapplicabilità dell’indulto alla persona condannata all’estero e trasferita in Italia con riguardo alla formulazione letterale e alla natura eccezionale del citato art. 12 della Convenzione, sul rilievo che esso, in effetti, designa con i termini “grazia, amnistia e commutazione della pena” qualsiasi istituto corrispondente nei singoli ordinamenti all’esercizio di un potere di clemenza, in forma individuale o generalizzata, con ordinanza del 12/3 – 22/5/2008, sussistendo una situazione di potenziale contrasto giurisprudenziale, ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite, cui il ricorso è stato assegnato dal Primo Presidente per l’odierna udienza in camera di consiglio. Anche la Procura Generale presso questa Corte, convenendo con la tesi del ricorrente e sottolineando la precipua finalità della Convenzione di dare ingresso in sede di esecuzione della pena a qualsivoglia trattamento più favorevole al condannato, ha modificato le precedenti conclusioni ed ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata.
CONSIDERATO IN DIRITTO 1. – Le Sezioni Unite sono chiamate a rispondere al quesito “se sia applicabile l’indulto (di cui, nella specie, alla legge 31 luglio 2006, n. 241) alle persone condannate all’estero e trasferite in Italia per l’espiazione della pena con la procedura stabilita dalla Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983 sul trasferimento delle persone condannate, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 25 luglio 1988, n. 334”. Sulla questione di diritto la Corte di cassazione ha da tempo espresso un orientamento interpretativo univoco nel senso che, ai sensi degli artt. 9 e 12 della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, non è applicabile il beneficio dell’indulto in favore di persona condannata all’estero e detenuta in Italia (Cass., Sez. I, 29 gennaio 2008 n. 10266, Nogarin; Sez. I, 20 dicembre 2007 n. 2106, PG in proc. Falcone; Sez. I, 5 dicembre 2007 n. 47005, Lenti; Sez. I, 31 ottobre 2007 n. 42420, Adesso, rv. 237971; Sez. I, 25 ottobre 2007 n. 40804, P.G. in proc. Perinato; Sez. I, 11 aprile 2007 n. 19444, Greco; Sez. VI, 21 marzo 2007 n. 17804, Melina, rv. 236583; Sez. I, 14 marzo 2007 n. 19076, P.G. in proc. Poma, rv. 238434; Sez. I, 23 gennaio 2007 n. 17583, Cutrona, rv. 236510; Sez. IV, 14 dicembre 2000, Di Cesare, rv. 217967; Sez. I, 28 febbraio 1997, Giacon, rv. 207188; Sez. VI, 7 ottobre 1994, P.G. in proc. Falci, rv. 199937; Sez. I, 22 giugno 1994, Pileggi, rv. 198914). Le ragioni addotte a sostegno dell’ormai consolidata soluzione ermeneutica possono essere sinteticamente individuate: a) nel vincolo sancito dall’art. 10 della Convenzione per lo Stato di esecuzione, il quale deve, in linea di principio, conformarsi alla natura giuridica e alla durata della sanzione così come stabilite dallo Stato di condanna; b) nell’argomento di ordine letterale desunto dalla circostanza che l’art. 12 della Convenzione autorizza lo Stato di esecuzione alla modifica della durata della pena in senso favorevole al condannato unicamente nei casi di concessione della grazia o dell’amnistia e di commutazione della pena, senza includere il diverso istituto dell’indulto; c) nell’impossibilità di assimilare l’indulto agli istituti previsti dall’art. 12, aventi ciascuno un preciso significato tecnico-giuridico; d) nella natura eccezionale e di stretta interpretazione della previsione contenuta nell’art. 12, non suscettibile perciò di interpretazione analogica o estensiva. Si aggiunge, in una delle più recenti elaborazioni del tema (Sez. I, n. 42420/07, Adesso, cit.), che il lemma “commutazione” assume nell’ordinamento interno un preciso significato tecnico giuridico: l’art. 174 c.p. stabilisce che “l’indulto … condona in tutto o in parte la pena inflitta, ovvero la commuta in una altra specie di pena stabilita dalla legge”, con l’effetto alternativo di estinguere, in tutto o in parte, la pena (condono), ovvero di trasformarla in un’altra sanzione meno afflittiva prevista dalla legge (commutazione); sicché l’art. 12 della Convenzione farebbe riferimento solo a una delle due forme dell’indulto, la commutazione della pena, ma non anche al condono, istituto questo peculiare del nostro ordinamento e non comune alla generalità degli ordinamenti degli Stati firmatari della Convenzione. 2. – E però, deve darsi atto che la linea interpretativa stabilmente seguita dalla Corte di cassazione è decisamente criticata dalla dottrina e non ha incontrato il consenso unanime della giurisprudenza di merito, non mancando in quest’ultima decisioni (App. Caltanissetta, 9/5/2002, XXX; App. Roma, 21/9/2006, Baraldini e App. Catanzaro, 1/12/2006, Vizza, in Foro It., 2007, II, 60) che, in aperto e consapevole dissenso dalla giurisprudenza di legittimità, hanno affermato posizioni favorevoli all’applicazione dell’indulto ai condannati trasferiti in Italia per l’espiazione di pene inflitte all’estero. Le Sezioni Unite, alla stregua di un’attenta valutazione delle ragioni addotte a sostegno dell’una o dell’altra tesi, opportunamente rimeditate con riguardo alle osservazioni critiche sia della Sezione rimettente sia del Procuratore Generale, ritengono che l’indirizzo, pur costantemente enunciato finora dalla giurisprudenza di legittimità, non possa essere condiviso e che l’opposta soluzione sia sorretta da argomenti maggiormente affidabili sul piano logico e sistematico. 3. – Mette conto preliminarmente di sottolineare che il metodo interpretativo da adottare per l’esatta ricostruzione del contenuto delle norme della Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983 sul trasferimento delle persone condannate deve ispirarsi alle direttive contenute nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, stipulata il 23 maggio 1969, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 12 febbraio 1974, n. 112, che stabilisce criteri ermeneutici non sovrapponibili a quelli utilizzati per l’interpretazione delle disposizioni dell’ordinamento interno. Con particolare riguardo alla disciplina dettata dagli artt. 31 (“Regola generale di interpretazione”), 32 (“Mezzi complementari di interpretazione”) e 33 (“Interpretazione dei trattati autenticati in due o più lingue”) della sezione 3 della parte III di detta Convenzione, sulla “interpretazione dei trattati”, rilevano i seguenti criteri: qualsiasi espressione di un trattato dev’essere interpretata “in buona fede”; si presume, salvo diversa e certa intenzione delle parti, che il significato obiettivo di un determinato termine coincida con il “senso ordinario” dello stesso; questo va ricercato nel “contesto” ed alla luce dello “scopo” e dell’ “oggetto” del trattato; il “contesto” comprende, oltre al testo, il preambolo ed ogni altro accordo o strumento ad esso assimilato intervenuto tra le parti, come ad esempio il Rapporto esplicativo; sono consentiti mezzi complementari di interpretazione per ottenere la conferma o il chiarimento del senso risultante dall’operazione ermeneutica svolta sulla base dei criteri principali. Si ritiene altresì pacificamente che costituisca regola generale d’interpretazione dei trattati, implicitamente inclusa nell’art. 31 par. 1, il principio “ut res magis valeat quam pereat”, in base al quale, tra più significati attribuibili ad una determinata espressione, deve privilegiarsi quello che consente alla norma di produrre un determinato effetto, piuttosto che quello che la rende superflua; e si aggiunge che tutti i principi elencati devono essere presi in considerazione nel loro complesso, non potendo ritenersi completa un’interpretazione che escluda uno di essi, dovendo tutti, cumulativamente, concorrere a determinare l’esatto significato della singola disposizione in esame. 4. – La Convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate, adottata il 21 marzo 1983, fu sottoposta alla ratifica parlamentare mentre era in corso l’esame del disegno di legge governativo sugli “effetti delle sentenze penali straniere ed esecuzione all'estero delle sentenze penali italiane”, presentato nella IX Legislatura (S/1741), ripresentato nella successiva Legislatura (S/774) e poi abbandonato all’esito della ratifica della Convenzione e in vista dell’approvazione del nuovo codice di rito. Va rimarcato, per quanto possa rilevare ai fini della ricostruzione storica del problema interpretativo in esame, che nel disegno di legge si prevedeva, tra l’altro, all’art. 20 che “sono regolate dalla legge italiana l’estinzione delle pene conseguenti al riconoscimento della sentenza straniera e la concessione della grazia, dell’amnistia e dell’indulto”. La Convenzione di Strasburgo costituisce uno strumento elaborato dal Consiglio d’Europa allo scopo (esplicitato sia nel Preambolo sia nel Rapporto esplicativo) di facilitare il trasferimento nello Stato di cittadinanza delle persone condannate all’estero mediante una procedura semplice, rapida e flessibile. La cooperazione, in un quadro uniforme che riserva ai singoli accordi in forma semplificata tra gli Stati di volta in volta interessati la decisione sul trasferimento dell’esecuzione, è diretta alla buona amministrazione della giustizia ed a favorire il reinserimento sociale e la riabilitazione dei condannati nell’ambiente sociale d'origine (finalità, questa, che il Rapporto esplicativo, par. 23, definisce “primary purpose” della Convenzione), rilevandosi altresì che il rimpatrio dei detenuti nello Stato di nazionalità, condizionato dal consenso del detenuto e giustificato da ragioni umanitarie (difficoltà di comunicazione, alienazione dalla cultura e dalle tradizioni locali, assenza di contatti con i familiari), deve comunque costituire “the best interest of the prisoners as well as of the governments” (Rapporto esplicativo, par. 9). Una volta raggiunto tra gli Stati interessati l’accordo per il trasferimento della persona condannata, l’art. 9 della Convenzione indica due, alternativi, meccanismi opzionali di riconoscimento della sentenza ai fini dell’esecuzione: la continuazione (art. 10) o la conversione della pena (art. 11). Lo Stato di esecuzione, mentre con la prima procedura prosegue idealmente l’esecuzione della condanna già iniziata presso lo Stato che l’ha pronunciata, pur con taluni possibili adattamenti, con la seconda procedura di riconoscimento (“exequatur”) sostituisce il titolo esecutivo originario con una propria decisione, senza entrare nel merito dei fatti accertati, così che l’esecuzione non è più basata direttamente sulla sentenza dello Stato di condanna. Nella legge 25 luglio 1988, n. 334 di ratifica ed esecuzione della Convenzione è stato indicato (art. 3) nella “continuazione” il meccanismo scelto dall’Italia, mentre la legge 3 luglio 1989, n. 257, recante, tra l’altro, norme di attuazione della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, stabilisce che nel determinare la pena la corte d’appello applica i criteri previsti nell’art. 10 della Convenzione (art. 3, comma 2) e che tale corte è equiparata, a ogni effetto, al giudice che ha pronunciato sentenza di condanna in un procedimento penale ordinario (art. 4, comma 1): disposizioni, queste, che vanno infine integrate con l’art. 738, comma 1 c.p.p., per il quale “le pene ... conseguenti al riconoscimento sono eseguite secondo la legge italiana”. 4.1. – Qualunque sia l’opzione prescelta, l’esecuzione della pena è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione (art. 9, par. 3): riferimento questo che va interpretato “in a wide sense”-“au sense large”, così da comprendere “ad esempio, le regole per l’ammissibilità alla liberazione condizionale”, dovendo essere chiaro che la direttiva comporta che “the administering State alone shall be competent to take all appropriate decisions” (Rapporto esplicativo, par. 47). L’art. 10, a sua volta, stabilisce, quanto al meccanismo della continuazione, che lo Stato di esecuzione è vincolato alla natura giuridica e alla durata della condanna come determinate dallo Stato di condanna. Ciò comporta “che la condanna da eseguire, soggetta ad ogni ulteriore decisione dello Stato di esecuzione, ad esempio sulla liberazione condizionale o sulla riduzione della pena (“remission” – “remise de peine”), corrisponda all’ammontare dell’originaria sentenza, tenuto conto del periodo già sofferto e di ogni riduzione maturata nello Stato di condanna prima del trasferimento” (Rapporto esplicativo, par. 49). Attese le differenze tra i sistemi penali degli Stati aderenti, la Convenzione consente anche a quelli che optano per la continuazione di “adattare” la sanzione (“merely to adapt the sanction”), purché vengano rispettati certi limiti: la pena così adattata deve, possibilmente, corrispondere a quella imposta, non dovendo in ogni caso essere più grave, per natura o durata, e non deve eccedere la pena edittale massima prevista per lo stesso fatto dallo Stato di esecuzione (Rapporto esplicativo, par. 50). Circa i rapporti tra la regola stabilita dall’art. 9, par. 3 e il vincolo posto dall’art. 10 per lo Stato di esecuzione di rispettare la quantità di pena imposta dallo Stato di condanna, questa Corte ha in più occasioni affermato che, se va rispettata la “durata della sanzione” nell’adattamento della pena, per le modalità di trattamento penitenziario e per le misure ad esso relative nella fase dell’esecuzione deve tuttavia applicarsi la normativa vigente nello Stato di esecuzione (Cass., Sez. I, 30 marzo 1999, Di Carlo, rv. 213490 e Sez. VI, 7 ottobre 2003 n. 42996, Mazzucchetti, rv. 228190, in tema di liberazione anticipata e, rispettivamente, di affidamento in prova). L’unico divieto concerne l’applicabilità di una misura più grave per natura o durata della sanzione imposta nello Stato di condanna, mentre non esiste il divieto di imporre una pena in misura meno grave rispetto a quella dello Stato di condanna (Cass., Sez. VI, 13 gennaio 1999 n. 180, P.G. in proc. van Dijck, rv. 212568). Sulla portata della regola indicata dall’art. 9, par. 3 della Convenzione va segnalato anche il Rapporto al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla Raccomandazione 1527 (2001) del 27 giugno 2001, approvato il 23 gennaio 2003 (doc. CM/AS(2003) Rec1527final, Appendice, punto 9, iii), con il quale s’invitava il Comitato: a fare chiarezza che la Convenzione non è designata ad essere usata per l’immediata liberazione della persona condannata una volta rimpatriata; a chiedere agli Stati contraenti di non rifiutare il trasferimento a motivo della possibilità del condannato di beneficiare di una liberazione anticipata nello Stato di esecuzione; a specificare la soglia minima della pena che deve essere scontata (per esempio, il 50%), sotto la quale gli Stati possono rifiutare legittimamente il trasferimento, ma sopra la quale dovrebbero facilitarlo. Alla base di tale Raccomandazione vi era, tra l’altro, il Rapporto del Committee on Legal and Human Rights del Consiglio d’Europa del 7 giugno 2001 (doc. n. 9117 del 7/6/2001 “Operation of the Council of Europe. Convention on the Transfer of Sentenced Persons – critical analysis and recommendations”, parte II, p. D, par. 24 e ss.), che, nell’illustrare le problematiche attinenti alle differenze esistenti nelle modalità di esecuzione della pena negli ordinamenti degli Stati interessati, rilevava che il meccanismo della Convenzione comporta, sulla base dell’art. 9 par. 3, che la pena da scontare possa essere ridotta rispetto a quella imposta in origine: ciò in quanto l’esecuzione è governata dalla legge dello Stato che accoglie la persona trasferita, che è l’unico competente ad adottare tutte le decisioni “on remission of sentence, parole, early release etc.”, determinando un trattamento più clemente e la liberazione anticipata del condannato. 4.2. – L’art. 12 della Convenzione prevede che ogni Parte può accordare “pardon, amnesty or commutation of the sentence” – “la grâce, l'amnistie ou la commutation de la peine”, conformemente alla Costituzione e alle proprie leggi. Il Rapporto esplicativo, par. 59, chiarisce che, benché lo Stato di esecuzione sia l’unico responsabile per l’esecuzione della pena, “inclusa ogni decisione correlata (ad esempio, la decisione di sospendere l’esecuzione)”, i relativi provvedimenti possono essere accordati anche dallo Stato di condanna, sicché la norma costituisce un’eccezione alla regola stabilita dall’art. 9, par. 3 della Convenzione. Sull’ampiezza del potere attribuito ad entrambi gli Stati dall’art. 12, mentre l’Italia non ha espresso alcuna riserva, hanno avanzato dichiarazioni procedurali soltanto l’Azerbaijan, per cui le decisioni riguardanti l’applicazione di “pardons and amnesties” in relazione a sentenze pronunciate in tale Stato dovranno essere concordate con le competenti autorità, e la Germania, che si è riservata il diritto di trasferire un condannato solo a condizione che, sulla base di una dichiarazione fatta caso per caso o in via generale dallo Stato di esecuzione, il “pardon” sarà concesso da quest’ultimo solo in accordo con le competenti autorità tedesche. L’art. 14 della Convenzione prevede che lo Stato di esecuzione debba porre termine all’esecuzione della condanna non appena lo Stato di condanna l’abbia informato di qualsiasi provvedimento che tolga carattere esecutivo alla stessa, quali ad esempio quelli indicati al citato art. 12 (Rapporto esplicativo, par. 63 ). In ogni caso, lo Stato di esecuzione è tenuto ad informare lo Stato di condanna sullo stato dell’esecuzione (art. 15), in particolare quando ritiene cessata l’esecuzione della condanna, ovvero in caso di “sentence served, remission, conditional release, pardon, amnesty, commutation” – “condamnation purgée, remise, libération conditionnelle, grâce, amnistie, commutation” (Rapporto esplicativo, par. 64 ). 4.3. – Al fine di migliorare le modalità di cooperazione contenute nella Convenzione di Strasburgo del 1983, nell’ambito del programma di misure per l’attuazione del principio del mutuo riconoscimento delle decisioni penali tra gli Stati appartenenti all’Unione Europea, è stata elaborata la proposta – non ancora formalmente approvata (per il testo più recente v. doc. n. 5602/08 del 21 aprile 2008 - COPEN 12) - di Decisione quadro “relativa all'applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell’Unione Europea” (doc. Consiglio UE n. 5597/05 del 24/1/2005). In essa si esplicitano talune regole già contenute nella suddetta Convenzione, come quella dell’esecuzione della pena secondo la legislazione dello Stato di esecuzione (art. 17), rimarcandosi che le autorità dello Stato di esecuzione sono le sole competenti a prendere le decisioni concernenti le “modalità” di esecuzione e a stabilire tutte le misure che ne conseguono, compresa la liberazione anticipata o condizionale. Qualora lo richieda, lo Stato di condanna può ottenere informazioni in ordine alle disposizioni applicabili in materia di liberazione anticipata o condizionale, per revocare la richiesta di trasferimento. In ordine ai provvedimenti di clemenza, l’art. 19 conferma che “l’amnistia o la grazia possono essere concesse dallo Stato di emissione nonché dallo Stato di esecuzione”. Identiche disposizioni sono contenute nella Decisione quadro 2005/214/GAI del Consiglio, approvata il 24 febbraio 2005 e relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle sanzioni pecuniarie, rispetto alla quale la legge 25 febbraio 2008, n. 34 (legge comunitaria 2007) reca la delega al Governo per l’adozione del decreto legislativo di attuazione, nel senso di “prevedere che eventuali provvedimenti di amnistia o grazia possano essere concessi sia dallo Stato di decisione che dallo Stato italiano” (art. 32, lett. m). 4.4. – Il quadro normativo di riferimento in materia di trasferimento di persone condannate va integrato, infine, con il richiamo delle disposizioni contenute in alcuni Trattati bilaterali sottoscritti dall’Italia. Nel trattato di cooperazione per l’esecuzione delle sentenze penali con la Thailandia del 28 febbraio 1984, ratificato con legge 27 luglio 1988, n. 369, si stabilisce che lo Stato ricevente può applicare le proprie leggi e le procedure che regolano le modalità di esecuzione della detenzione o delle altre forme di restrizione della libertà, della sospensione condizionale e di “parole”, nonché quelle che regolano la “riduzione dei termini di detenzione” a seguito di provvedimento di “parole”, di liberazione condizionale o di “altro” tipo di provvedimento (“or otherwise”). Si prevede inoltre che spetta “anche” allo Stato trasferente il potere di graziare il condannato o di commutargli la pena. Nel trattato con il Perù del 24 novembre 1994, ratificato con legge 24 marzo 1999, n. 90, si prevede all’art. 10 che lo Stato trasferente si riserva la facoltà di condonare la pena o concedere amnistia o grazia alla persona condannata e che l’esecuzione della pena della persona trasferita dev’essere effettuata conformemente alle norme del regime penitenziario dello Stato ricevente, ivi compresi i benefici contemplati dalla sua legislazione e quelli concessi dallo Stato trasferente. Nel trattato con Hong Kong del 18 dicembre 1999, ratificato con legge 11 luglio 2002, n. 149, si stabilisce all’art. 6 che si applicano le leggi e le procedure dello Stato di esecuzione in ordine alla riduzione del periodo di reclusione, ai provvedimenti di “parole”, remissione, commutazione, liberazione condizionale ed “altro”. Nel trattato per l'esecuzione delle sentenze penali tra Italia e Cuba del 9 giugno 1998, ratificato con legge 18 luglio 2000, n. 207, si prevede all’art. 12 che “ognuno degli Stati potrà concedere grazia, amnistia o indulto alla persona condannata, in conformità alle sue leggi, comunicandolo immediatamente all’altro Stato”. 5. – Tanto premesso, le Sezioni Unite ritengono, in primo luogo, che il dato letterale che fa leva sull’omessa menzione dell’indulto nel testo dell’art. 12 della Convenzione di Strasburgo del 1983 non assuma decisivo rilievo ermeneutico, atteso che: - la Convenzione è redatta nelle due lingue ufficiali del Consiglio di Europa; - la traduzione in lingua italiana non è ufficiale; - l’ “indulto”-“condono”, totale o parziale, della pena ai sensi dell’art. 174 comma 1 c.p. (diverso dall’indulto meramente commutativo, pure unitariamente delineato nella medesima norma), a differenza della grazia, dell’amnistia e della commutazione della pena, corrisponde ad un istituto ignoto ovvero definito in termini non analoghi negli ordinamenti degli altri Stati contraenti, in particolare del Regno Unito e della Francia. Il Rapporto esplicativo chiarisce, infatti, che rientra nei poteri dello Stato di esecuzione ogni decisione di “remission of the penalty” – “remise de peine” (par. 49 e 64) ed è interessante rilevare che con tale espressione sia stata tradotta la nozione di “indulto” in taluni documenti dell’Unione Europea elaborati in lingua italiana (lingua ufficiale): ad esempio, nella proposta di decisione del Consiglio che istituisce il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS: doc. n. COM(2008) 332 del 27 maggio 2008), fra i parametri comuni di misure incidenti sulla condanna soggetta ad iscrizione, è previsto, nella versione italiana, l’indulto (“remission of the penalty” – “remise de peine”), oltre alla grazia e all’amnistia. Del pari, l’indulto previsto dalla legge italiana è identificato nella “remise de peine” dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu, 13 maggio 1980, Artico c. Italia, par. 45; Cedu, 10 luglio 2003, Grava c. Italia, par. 31 ss.; Cedu, 2 marzo 2006, Pilla c. Italia, par. 19), come in altri documenti di fonte internazionale. Definisce “remise de peine” (d’origine parlementaire) l’indulto secondo la legge italiana uno studio comparativo condotto dal Senato francese nel 2007 sugli istituti clemenziali previsti in taluni Stati europei (Les documents de travail du Sénat, série Législation Comparée, l’amnistie et la grâce, doc. LC 177, 1 octobre 2007), rilevando che in Italia e in Portogallo sono previste forme di remises de peine da parte del Parlamento, simili alla “grazia collettiva” (pardon collective), che, tradizionalmente concessa dal Presidente della Repubblica in occasione della festa nazionale francese, comporta una “remise partielle de peine” per le persone detenute o condannate da calcolarsi sulla pena da scontare; secondo tale studio, anche in Belgio e in Olanda si è fatto ricorso a grazie collettive, accordate dal Re. E la Corte di cassazione francese (Cour de cassation, Chambre Criminelle, 10 marzo 1998, n. 97-81.151), in relazione al trasferimento di un condannato dal Regno Unito, ha sostenuto che, in base agli artt. 9, par. 3, e 10, par. 1 della Convenzione di Strasburgo, alla residua pena da scontare si applica la legislazione francese, escludendo peraltro nella specie, ma solo ratione temporis, l’applicazione di una “remise de peine résultant du décret de grace collective” emanato prima del trasferimento del condannato in Francia. In particolare, circa la figura del “collective pardon”, risulta dai documenti del Consiglio d’Europa che tale istituto, distinto dall’amnistia, è previsto oltre che in Italia (così è definito l’indulto ex l. n. 241 del 2006) in Austria, Armenia, Belgio, Francia, Moldovia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Macedonia. I “collective pardons” sono presi in considerazione nell’Appendice par. 23 alla Raccomandazione R(99)22 adottata il 30 settembre 1999 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, riguardante il sovrapopolamento delle carceri, che, nell’incoraggiare lo sviluppo di misure per ridurre la durata delle pene da scontare, indica la preferenza per misure individuali come il provvedimento di parole, rispetto a misure collettive per lo svuotamento delle carceri (amnesties, collective pardons). L’eterogeneità degli istituti di clemenza previsti dalle legislazioni dei Paesi europei è stata rilevata, d’altra parte, sia dalla Commissione europea nel Libro verde sul ravvicinamento, il reciproco riconoscimento e l’esecuzione delle sanzioni penali nell’Unione europea (doc. n. COM(2004) 334 del 30 aprile 2004, par. 3.1.8., pag. 36), per cui “le legislazioni degli Stati membri sull’amnistia e la grazia differiscono considerevolmente”, sia dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia delle C.E.E. nelle conclusioni presentate l’8 aprile 2008 nella causa C-297/07 (parte D, par. 80), riguardante la questione pregiudiziale dell’applicazione del principio di ne bis in idem in caso di mancata esecuzione della pena per effetto di “amnistia”. Con questo termine, ha osservato l’Avvocato Generale, si definisce, in un’accezione ampia, “qualsivoglia misura di perdono o remissione delle pene, inclusa la grazia” (tradotta in lingua italiana “indulto” dal testo originario in spagnolo), che si caratterizza per l’individualità, a differenza di altre misure di clemenza rivolte ad un gruppo di persone, senza che ne sia alterata la comune “efficacia estintiva dello ius puniendi” in tutti gli Stati. E’ altresì significativo rilevare che il Portogallo, che ha un istituto di clemenza simile all’indulto (c.d. pardon parlamentare o generale), ha previsto nella legislazione sulla cooperazione giudiziaria internazionale in materia penale (legge n. 144 del 31 agosto 1999 e succ. modd., art. 101) che, in caso di trasferimento dell’esecuzione in Portogallo, l’amnistia, il “perdão genérico” e la grazia possono essere concessi da entrambi gli Stati. In definitiva, emerge chiaramente dall’indagine comparativistica la non perfetta sovrapponibilità degli istituti dell’amnistia e della grazia, coprendo le rispettive nozioni situazioni affatto eterogenee nei vari Stati, sicché il mero dato testuale, che fa leva sull’omessa menzione dell’indulto nell’art. 12 della Convenzione, appare sprovvisto di reale incidenza ermeneutica per la soluzione della questione giuridica controversa. La ricostruzione sistematica della reale portata della disciplina va piuttosto affidata ai più solidi criteri ermeneutici costituiti dalla “equivalenza giuridica degli istituti” e dalla “ratio” della disciplina dettata dalla Convenzione, nella prospettiva della razionalità e dell’organicità del sistema fondato sulla fonte sopranazionale e multilaterale e nel rispetto del metodo interpretativo desumibile dalle direttive della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. 6. – D’altra parte, la tesi contraria all’applicazione dell’indulto non è suffragata neppure dall’asserita natura eccezionale e di stretta interpretazione della disposizione di cui all’art. 12 della Convenzione, dal momento che il regime giuridico dell’esecuzione per i condannati trasferiti in Italia è disegnato alla stregua della regola fondamentale enunciata dall’art. 9 par. 3, secondo cui “l’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni appropriata misura al riguardo” e in forza del quale le modalità di esecuzione della pena devono conformarsi ai principi fondamentali dell’ordinamento dello Stato italiano. Che la disciplina degli artt. 9 e 10 della Convenzione faccia salvo l’ordinamento giuridico dello Stato di esecuzione, i suoi principi e le sue regole costituzionali è stato perentoriamente affermato dal Giudice delle leggi (Corte cost., sent. n. 73 del 2001), che, chiamato a pronunciarsi, nella vicenda del trasferimento dagli Stati Uniti della cittadina italiana Silvia Baraldini, sulla legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge 25 luglio 1988, n. 334, nella parte in cui, nel dare esecuzione alla Convenzione del 1983, consentirebbe di derogare, mediante la stipulazione degli accordi di trasferimento, all’applicazione di istituti a tutela di diritti fondamentali della persona, ha così ricostruito il sistema e lo spirito della Convenzione di Strasburgo: a) lo Stato di condanna può potestativamente prestare o negare il consenso al trasferimento del condannato, quando ritenga che il regime legale dell’esecuzione penale nel potenziale Paese di esecuzione, rispettivamente, sia o non sostanzialmente equivalente a quello previsto dal proprio ordinamento e, perché possa prendere le proprie determinazioni con cognizione di causa, dev’essere informato circa i caratteri di tale regime nello Stato di esecuzione; b) lo Stato di esecuzione, a sua volta, è vincolato alla natura giuridica e alla durata della sanzione, qual’è prevista nell'ordinamento dello Stato di condanna, “ma non al di là del limite superato il quale si determinerebbe una rottura del proprio ordinamento”, essendo possibile per evitare tale conseguenza, in caso di disomogeneità degli ordinamenti, operare l’adattamento che la salvaguardia dei principi fondamentali di quello interno, in particolare le sue regole costituzionali, rende strettamente necessario; c) è chiaramente esclusa, tuttavia, “l’eventualità che il soggetto trasferito sia sottoposto a un vero e proprio regime di esecuzione speciale e personale, concernente i diritti, oltre che i doveri, che lo riguardano come detenuto”. Va segnalato al riguardo che alla Baraldini è stato applicato l’indulto ex L. n. 241 del 2006 dalla Corte d’appello di Roma, con ordinanza irrevocabile del 21/9/2006, cit., e che il Ministero della Giustizia, sulla richiesta di collaborazione avanzata in un caso analogo dalla Corte d’appello di Caltanissetta, aveva già espresso l’avviso, con nota del 4 dicembre 2001, che la mancata indicazione dell’indulto all’interno della norma dell’art. 12 della Convenzione si giustifica, secondo gli uffici ministeriali, con il fatto che non è previsto, nelle legislazioni dei Paesi aderenti alla Convenzione di Strasburgo, un istituto che produca gli stessi effetti né si rinviene, sul piano della terminologia francese e anglosassone, un’espressione equivalente, non potendosi escludere che nel termine “commutazione” vada ricompreso anche l’indulto, in quanto “appare logicamente innegabile che il più contenga il meno”. La tesi favorevole all’esclusione del carattere tassativo della disciplina posta dall’art. 12, dovuta alla semplificazione delle formule, necessariamente comprensive di istituti equivalenti in un contesto multilaterale, trova, d’altra parte, determinante sostegno nelle numerose, precise ed inequivoche indicazioni contenute del Rapporto esplicativo. Ed invero: - nel par. 47, ribadito il criterio per cui l’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione, viene precisato che il riferimento a tale legge deve essere interpretato in senso ampio, sì da ricomprendervi, “per esempio”, la liberazione condizionale, misura pure non elencata nell’art. 12 della Convenzione; - il par. 59 avverte che nel riconoscimento al solo Stato di esecuzione della responsabilità dell’esecuzione della condanna è compresa, “per esempio”, la facoltà di disporne la sospensione; - il par. 64, in riferimento all’art. 15 della Convenzione riguardante le informazioni sull’esecuzione della pena, contiene l’elencazione di varie cause che determinano la cessazione dell’esecuzione (“per esempio”: espiazione della pena, remissione della stessa, liberazione condizionale, grazia, amnistia, commutazione), delle quali alcune non sono certo riconducibili ai singoli istituti menzionati dall’art. 12. 7. – A conclusione dei precedenti rilievi esegetici ritengono le Sezioni Unite che non sia rispondente alla corretta interpretazione dell’art. 12, né tantomeno allo spirito e alle finalità della Convenzione di Strasburgo, la tesi che esclude l’applicazione dell’indulto in base alla pretesa natura eccezionale e tassativa della disciplina ivi contenuta. Puntuali e decisivi argomenti logici e sistematici militano, per contro, a favore della tesi che – in contrasto con la soluzione accolta dalla pur costante giurisprudenza di legittimità – interpreta il citato art. 12 nel senso che gli Stati contraenti hanno fatto riferimento alla grazia, all’amnistia e alla commutazione della pena non con l’intento di limitare i benefici concedibili ai condannati, ma per designare qualsiasi, equivalente, istituto che, nell’ambito dei singoli ordinamenti, corrisponde all’esercizio di un potere di clemenza, sia in forma individuale che generalizzata, diretto alla sostanziale riduzione della pena. E’ stato lucidamente osservato, in proposito, che l’amnistia può essere rappresentata come un cerchio concentrico di dimensioni maggiori rispetto all’indulto, essendo quest’ultimo compreso nel primo, di guisa che, agli effetti della disciplina dell’art. 12, tracciare distinzioni tra i due istituti significa introdurre discriminazioni non ragionevoli, restando priva di qualsiasi, plausibile, base logica una soluzione che ammetta l’applicazione dell’amnistia (che estingue il reato e, di riflesso, la relativa pena) e, contemporaneamente, neghi l’applicazione dell’indulto, che ha effetti ben più contenuti, incidendo soltanto sulla pena. Va infine rilevato che l’eventuale interpretazione di segno difforme potrebbe indurre ad un rilievo d’incostituzionalità della legge di ratifica della Convenzione, in quanto esporrebbe il cittadino italiano condannato all’estero che sia stato trasferito in Italia per l’esecuzione della condanna ad un trattamento (irragionevolmente) deteriore rispetto agli altri detenuti, italiani e stranieri, i quali potrebbero beneficiare nella fase esecutiva della generalità degli istituti clemenziali e dei benefici previsti dalle rispettive legislazioni: e ciò nonostante lo scopo dichiarato del trasferimento del condannato che è quello di favorirne il reinserimento sociale nel Pese d’origine. 8. – Di talché, aderendo alla soluzione ermeneutica prospettata sia dalla Sezione rimettente che dal Procuratore Generale, può enunciarsi il seguente principio di diritto: “E’ applicabile l’indulto (di cui, nella specie, alla legge 31 luglio 2006, n. 241) alle persone condannate all’estero e trasferite in Italia per l’espiazione della pena con la procedura stabilita dalla Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983 sul trasferimento delle persone condannate, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 25 luglio 1988, n. 334”. E, poiché la ratio decidendi dell’ordinanza impugnata non risulta coerente col principio di diritto suindicato, il ricorso va accolto disponendosi, di conseguenza, l’annullamento con rinvio del provvedimento impugnato.
P. Q. M. Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte d’appello di Milano.

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